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Alberto Capitta: Il giardino non esiste

Ho già parlato in passato di Alberto Capitta e della sua opera prima intitolata “Il cielo nevica” [Il Maestrale, 2007].

Oggi parlerò brevemente del suo nuovo e affascinante romanzo, edito sempre dalla casa editrice Il Maestrale e da alcuni giorni in libreria.

Il giardino non esiste

[Il Maestrale, 2008]

La storia

“C'era una volta un giardino, una preziosa porzione di bosco dove una bimba amava un tempo recarsi. Un angolo di querce in boccio e olivastri e roverelle percorso dalle acque e il cui sottobosco era un pullulare di lumaconi e farfalle. Un luogo appartato dove la bambina ritrovava tutta la sua adorata solitudine e dove la sua mente andava a rifugiarsi durante gli attacchi della malattia. Quegli uccelli gliene riportavano l'odore e fu come risentire il profumo di una persona scomparsa”.

[p. 193]

Carmen è la primogenita di Romeo Scalas dei Coloniali Scalas, facoltoso venditore di sogni e sapori esotici. Fu grazie a quella fragranza di cui si vestiva che l'imprenditore sassarese conquistò il cuore di Flora Merella, seconda moglie, da sempre in attesa di un odore nuovo e prezioso che la sradicasse dall'Iglesiente. In realtà Flora non diede mai a nessuno il proprio cuore, tenendolo in serbo per le sue due creature, le sue pietre preziose: Lorenzo e Michele, i gemellini.

Fin dalla prima pagina del romanzo, il lettore sa che la vita dei due figli di Flora si spegnerà presto... e porterà cambiamento e follia. Follia...

... si respira follia in casa Scalas al sopraggiungere della malattia di Carmen, un male che si annuncia col tremore di un occhio prima di erompere smuovendo i perfetti ingranaggi familiari oliati da Flora e dalle sue sette domestiche.

E in tutta quella perfezione turbata non ci sono parole di conforto per la bambina sofferente, ma una gabbia di mura, esorcismi umilianti e nudi, catene di solitudine, silenzi di Romeo masticati dietro una porta, glaciale disprezzo di Flora per una figliastra difettosa.

Una piccola parentesi di serenità piove una volta alla settimana dalla borsa di Romeo che bagna il tavolo di banconote. Si conta l'incasso settimanale e si è felici. Insieme.

Il resto del tempo libero Carmen lo trascorre in un luogo segreto scoperto per caso, un boschetto del quale si autoproclama custode, un giardino che non conosce malattia e solitudine.

“Aveva scoperto un orticello incastonato tra le case e al di là di questo un passaggio che introduceva a un luogo di viva boscaglia”

[p. 20]

Torna più volte nel suo giardino segreto dove è libera di fantasticare e udire un'asina parlarle come una madre e dove una notte, respirando l'odore dell'universo, le capita di parlare con Yuri Gagarin, giunto da lei a bordo di una pentola volante.

Parte Gagarin e il cielo della bimba inizia a cambiare, a perder luce. Carmen viene operata alla testa per eliminare il “difetto” dell'occhio ballerino. Ha 10 anni e ha paura, paura di un'intimità violata, timore che i medici, scoperchiandole la testa, possano accedere al suo giardino segreto mettendo in fuga gli animali che lo popolano, timore che i chirurghi possano turbare “la vegetazione dei suoi pensieri”.

In questo modo viene estirpata la giovinezza dal suo giardino e orrende visioni affollano la sua stanza, visioni che prendono corpo nel vissuto portando allo sfacelo gli Scalas.

Profanata, derubata dei migliori ricordi o, forse, della luce emanata dagli stessi, vaga alla ricerca del suo boschetto nascosto tra i vicoli della città vecchia. Non trovandolo più, si domanda se sia mai esistito e se lo domanderà per tutta la vita.

* * *

Non svelerò altro della storia, non dirò niente di Zia Olga e del vulcano fumante che le sgorga dalla gola rendendola tanto simile a Norma d'Apice (personaggio de “Il cielo nevica” al quale si aprì un occhio fumante di azzurro arborescente in gola), non racconterò delle mani di Donato, mani d'adulto che sanno di giardino perduto, non parlerò di Innocenza, fuggita anch'ella dal giardino di Carmen e ritrovata sotto il ramo di un carrubo domestico...

Lascio a voi il gusto della lettura e della ricerca di un giardino... che forse non esiste.

Alcune osservazioni: I mondi di Capitta e le parole vive.

Il libro si apre con la citazione di G. W. Leibniz:

Ogni parte di materia può essere concepita come

un giardino pieno di piante o come uno stagno pieno di pesci.

Ma ciascun ramo delle piante,

ciascun membro dell'animale,

ciascuna goccia dei suoi umori

è ancora un giardino o uno stagno.


[Monadologia]

Questo, unitamente alle due opere già analizzate qui a Paesedombre, mi suggerisce una concezione frattale del mondo: la simmetria non cambia al mutar della scala.

E forse sta proprio nella scala, o nel punto di riferimento, la distanza tra fisica e metafisica.

Nei libri di Capitta fisica e metafisica si inseguono e più mondi coesistono sullo stesso piano o si contengono, ugualmente vasti; proprio come un giardino sospeso nel cuore di una città che si svela o si nasconde o come un bosco sorto nella mente di una giovane donna, del quale la stessa si riscoprirà parte integrante.

Da queste considerazioni può scaturire una profonda attenzione verso il particolare, verso ciò che spesso passa in secondo piano o viene messo al margine.

Da qui, forse, la “sensibilità naturale” che caratterizza il nostro scrittore e che lo porta a guardare il mondo con innocenza attraverso gli occhi di un bimbo... o di un folle.

Oltre a questo grande amore verso la natura, nel romanzo “Il giardino non esiste” si legge un forte contrasto tra modernità e tradizione, ben rappresentato da Flora e Carmen, due anime in antitesi.

La prima odia i costumi dell'isola, per lei “risultato di un'inguaribile vocazione all'arretratezza” (p. 26); la seconda adora gli odori e le forme della tradizione.

Ed è proprio a Carmen, tradizionalista “pazza del castello”, che il giardino si svela.

(Sarà un caso la scelta del nome “Carmen” che, dall'ebraico Charmen,

significa “giardino divino” o “orto di Dio”?)

Ma cos'è questo giardino che si svela ai bimbi e ai folli?

È forse l'innocenza? Lo stato in cui ci si illude che il male non esista? Il periodo in cui la fantasia lenisce ogni male ed è ancora di salvezza?

Lascio ai posteri l'ardua sentenza e accantono i voli filosofici ed esistenziali per soffermarmi sul linguaggio di Capitta che si stende con parole vive, parole che sanno evocare mondi, sensazioni... giardini in grado di porre radici nell'intimo del lettore e riscaldarlo da quel “piccolo freddo”, figlio della quotidianità.

Buona lettura.


“Si sentì a un tratto vittima di una strana malinconia. Restò sulla porta, la testa leggermente reclinata poggiata sullo stipite. Olga Diana sollevò il capo dalle carte e con gli occhiali sulla punta del naso vedendola lì immensamente triste e abbandonata le domandò: -Cosa c'è amore?

- Ho un piccolo freddo, - rispose lei fissando il vuoto.

Il piccolo freddo era arrivato, di soppiatto, cogliendola di sorpresa.

- Oh piccola mia, vieni un po' qua, qua, siediti vicina.

La cameretta era come al solito invasa di scartoffie.

Le resistenze della stufetta elettrica emanavano un forte odore di plastica sciolta. Carmen andò a sedere accanto ad Olga. La donna le prese il viso tra le mani e le carezzò le guance ed i capelli: - Allora cara, - disse solo. Carmen non aveva molto da spiegare, era sempre così quando le capitava, aveva giusto la forza di dire: - Non so, è solo un piccolo freddo.

- Povera la mia piccola, - la stringeva a sé Olga, - proviamo a mandarlo via?

- Proviamo, - rispose la ragazza.

- Aspetta, - fece l'anziana donna posandole una mano sulla tempia, - facciamo come sempre.

Era sufficiente quel semplice gesto, quelle dita posate con delicatezza, perché la ragazza cominciasse a calmarsi. Grazie a quel gesto Carmen rivedeva davanti a sé il volto di suo padre che le parlava e le sorrideva. Erano scene di vita familiare e niente più, i fratelli che giocavano con lei nella vasca del caffè, lei che si tuffava, loro che la inseguivano e poi l'abbracciavano e la baciavano e la chiamavano Carmen, Carmen, che bella sei Carmen.

Carmen rivedeva tutto ciò mentre di fuori i piroscafi suonavano le sirene in alto mare ed i rumori delle auto si disperdevano nella notte. Olga la lasciava buona, lasciava che si incantasse davanti a quelle scene di passato e quando tutto si spegneva la baciava dolcemente su un occhio e il freddo se n'era andato”.

[p. 162, p. 163]


Marco Diana

05 / 06 / 2008

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