Cuccuru e Sanna: Barbieri Turritani
“Qui, nelle loro botteghe sempre uguali, il tempo si è fermato e di smuoversi non ne vuole sapere. Si è fermato al tempo in cui questi erano i posti per il popolo dove per barba e capelli si pagavano dieci lire in meno, oppure nulla se proprio non ne avevi, e loro ne sono custodi, guardiani di cinquant'anni in cui la città è diventata altra da sé nel momento in cui ha abbandonato il suo cuore”.
Cari Lettori Ombrosi,
oggi vorrei portare alla vostra attenzione un'opera d'arte: il documento fotografico di Pierfranco Cuccuru (fotografie) e di Renzo Sanna (testi), intitolato:
Barbieri Turritani

Con prefazione di Giambernardo Piroddi
Il libro raccoglie in dieci capitoli le testimonianze di dieci pionieri della rasatura: Francesco Oggiano; Salvatore Fazzi; Gavino Piras; Antonio Lorenzo Scanu; Francesco Faedda; Giulio Campus; Pietro Nieddu; Gian Piero Nieddu; Mario Filippo Masia e Giovanni Porcu.
È questa la storia di oltre mezzo secolo di tagli e barbe, sono queste le vicende di una città “diventata altra da sé”, filtrate attraverso lo sguardo dei Barbieri Turritani.
“Le emozioni non traspaiono,
nel suo viso all'apparenza tenero ma dall'espressione spesso coriacea,
terribilmente seria sul lavoro”
Emergono vicende comiche come quelle del barbiere che, per allontanare un cliente scomodo, gli fece “un baffo sottile sottile e uno grosso grosso” o di quello che per il medesimo motivo fece la barba a un tizio dopo aver infilato le mani in un paio di scarpe da tennis puzzolenti.
Emergono anche vicende tragiche, proprie del dopoguerra sassarese, nelle quali si legge, più che disagio, una smisurata forza d'animo e uno spirito comunitario ai giorni d'oggi difficile da scorgere.
“I ragazzi del '34, hanno tempra forte. Sono cresciuti durante la guerra, quando non c'era pane neanche ad avere i soldi per pagarlo. E quando la guerra decide di finire, loro sono pronti per andare a lavorare. E lo trovano, il lavoro, perché la voglia di uscire dalla povertà è forte per tutti, e la fame gioca anche lo scherzo buono di mettere energie doppie”.
[Mario F. Masia]
Erano tempi in cui un giovane poteva facilmente diventare garzone e spazzare lunghe giornate d'apprendistato e di pazienza, al termine delle quali, forse, avrebbe potuto ottenere il titolo di “operaio”. Una volta diventato “barbiere”, lo sarebbe restato per tutta la vita.
(Salvatore Fazzi tra poco lascerà la bottega e “rinunciare a quello sarà il taglio più difficile della sua vita”).
Ma laddove la penna di Sanna ritrae pensieri e vicende, l'obiettivo di Cuccuru si sofferma sui luoghi, indugiando sugli oggetti (alle volte misteriosi, indecifrabili) e calandosi nei robusti sguardi degli uomini e nei loro riflessi.
Il riflesso è onnipresente nelle antiche barberie: negli specchi ingialliti o maculati, sempre opachi; nei rubinetti dal calcare tirato a lucido e nei rasoi, aperti in un'attesa che respira; nel vuoto metallico d'una sedia d'altri tempi e nell'espressione attenta di forbici allineate su un ripiano.

Un riflesso che un giorno raccolse l'immagine dei clienti e che ora disegna oggetti in pensione e anacronistici profili di barbieri.
E sfilano vecchi ventilatori Marelli e orologi analogici fermi alle 08:45; teste anziane da rifinire e cavallini per bimbi quasi sempre vuoti; luci rubate con discrezione dal mondo esterno e storie di bordelli, corna e calendari osé; oli per fucili sul tavolo delle cere e “Dopobarba dell'Uomo Moderno” in fiale opache e rugginose... e ancora calendari d'ogni mese accumulati a strati e grembiuli che tirano i bottoni dell'età.
Il tutto regala un'immagine eroica e malinconica del passato.
“Senza questi uomini”, affermano gli autori, “queste piccole stanze sarebbero semplicemente musei”.
Purtroppo questa è la realtà che pettina e sforbicia la storia moderna, una storia frettolosa e distratta, ergonomica e miniaturizzata, rintanata in freddi e vuoti mausolei.
“Barbieri Turritani” mostra, a mio parere, che una città privata della sua storia, del suo cuore, del suo spirito vitale, non è che un guscio vuoto.
Nient'altro che il ricordo d'un nome sulle labbra di un muto.
Marco Diana
09 / 06 / 2008