Enrico Pili recensisce Undici di Savina Dolores Massa
Cari Lettori Ombrosi,
ricorderete di certo Enrico Pili, scrittore e campione di lento fumo, E* per gli amici.
Oggi lo scrittore ci regala una recensione già pubblicata sul sito Ana la Balena e sul numero di settembre del giornale milanese “SolidarietàCOME”.
Enrico concentra la sua attenzione su un libro di cui si è già parlato su Paesedombre, romanzo di un'affezionata Lettrice e Scrittrice Ombrosa che risponde al nome di Savina Dolores Massa.
Un abbraccio a voi lettori, a Savina, a E*... e agli Undici.
Marco Diana
Undici
di Savina Dolores Massa

[Il Maestrale , 2008]
“Sto parlando ad uno strumento musicale, al termine dei miei ventotto anni. Non è in fondo affascinante tutto ciò? Finisco in bellezza, con una tra le migliori storie che ho raccontato, da quando tramando millenni di vita”. È il griot che parla prima di morire anche lui come gli altri dieci che lo hanno da poco preceduto su una barca alla deriva sull’Atlantico, che non ha fatto in tempo ad arrivare alla sponda del paradiso, l’Occidente. Per vederla gli undici imbarcati avevano pagato mille e trecento euro a qualcuno che poi, tra le onde lunghe dell’oceano, ha tagliato il nodo che li teneva agganciati a un’altra barca. Ora sono alla deriva e, nel momento in cui non si è più vivi e non ancora morti, trasmettono alla kora di Sayoro gli ultimi pensieri, non volontà che ormai non serve più, ma ancora incubi, sogni, desideri, rimpianti. Gli ultimi spasmi di chi ha vissuto nella speranza che una vita migliore forse c’era da qualche parte come il buon turista scemo faceva intendere a uno di loro: “Vieni da noi, sei simpatico, sai vendere queste merci simpatiche, non hai bisogno di un negozio, basta la strada, vieni e un giorno diventerai ricco”.
Un nuovo, grande romanzo di un nuovo, grande scrittore africano? Neanche per sogno. Undici è il romanzo di esordio della sardissima Savina Dolores Massa, conterranea di Eleonora di Arborea, poetessa e amante del teatro. E di teatro e di poesia è fatto questo libro ispirato da un pezzullo di Giovanni Maria Bellu su Repubblica. L’attualità dell’argomento è una pura coincidenza perché la sensibilità di Savina non attinge all’opportunismo ma all’aria che respira, al mare che la circonda, alla pianura assolata e calda che al tramonto vira dal giallo al rosso. E all’angoscia esistenziale che penetra nelle sue viscere quando vede una barca spiaggiata come una balena senz’anima: c’erano uomini, lì, donne, forse bambini: chissà che cosa gli ha riservato il destino già sufficientemente baro e privo di qualsiasi piacere di sopravvivenza. La barca degli undici uomini di Undici non è nemmeno approdata, forse non approderà mai, e i corpi diventati duro legno salato faranno la fine dei tanti che cercano quel minimo che la vita ti può concedere e trovano, quando la trovano, il massimo della cattiveria, l’abbandono, lo scherno, la solitudine, il foglio di via obbligatorio. Ci penserà la kora del griot, ma chi l’ascolterà se anche lui sta per raggiungerli, dove?; ci penserà la kora, come gli aedi sardi di una volta, a tramandare la loro storia e un pezzullo insignificante di giornale che i turisti scemi leggeranno con più distrazione di un resoconto calcistico. Ma Savina lo ha letto bene ed ora tutti sanno che cosa passa per la testa degli uomini né morti né vivi. Tutti si commuoveranno. Molti, i più, se ne dimenticheranno. Così è la vita per i migranti. Seconda classificata al Premio Calvino per esordienti, avrebbe meritato il primo, ma è già qualcosa per chi non ha le raccomandazioni e vive solo di sogni e di poesia.
Enrico Pili
11 / 09 / 2008