Giulio Angioni: Afa - Seconda parte
... continua dal precedente articolo.
Il libro
Della trama si può dire brevemente che il libro è ambientato a Cagliari in un arco temporale che credo vada dal 30 luglio 2005 al 27 agosto 2005, periodo in cui il giornalista Josto Melis viene nominato direttore pro tempore del giornale in cui lavora. Moglie, figlia e gatto al mare, Josto si ritrova solo in una città semideserta e rovente. Pensate che in una presentazione l'autore ha ammesso che il titolo più calzante per il romanzo sarebbe stato Basca de si morriri (campidanese: caldo da morire) e chiunque si ritrovi a Cagliari in questo periodo non potrà che essere d'accordo con lui.
Tornando alla trama, Josto si ritrova solo, accaldato e con l'auto in panne sotto un albero (l'albero di cui sopra). A rendere l'estate più interessante un mistero da risolvere: deve risalire all'identità di una donna della quale ricorda solo la forma dell'ombra, le lunghe dita, due bracciali a pendaglio sui polsi, un lontano profumo di basilico e “un lampo di occhi strabici”. Donna che a sua volta lo cerca.
La vita procede tra mille equivoci e premonizioni e Josto riesce ad avvicinarsi sempre più all'identità di questa misteriosa persona o divinità d'altri tempi – le due cose spesso si confondono – che d'un tratto si è tuffata di testa nella sua vita.
* * *
Non credo sia stata la trama in sé a rendermi tanto entusiasta di Afa di Giulio Angioni, quanto il modo in cui il libro è scritto e gli spunti di riflessione che, garbatamente, porge.
La scrittura è lieve e pulita come preannuncia il titolo stesso. Contrariamente al titolo, però, è fresca e in grado di dar sollievo nei caldi pomeriggi cittadini.
“Solo così si vedono gli dei, con gli occhi della nuca. Oppure in sogno, ma non sappiamo se sono proprio loro che vediamo, dei e dee. Così mi dico in dormiveglia, o me lo dice chissà chi, nel sonno afoso, a me, lo dice proprio a me, che ieri nello specchio sacro di Tanìt ho fatto una smorfia a lingua in fuori, e sul tappeto spesso lì davanti all'ara ho arrotolato una lunga capriola, al cospetto di Tanìt a piedi scalzi in bilico sui corni della mezzaluna, scoperto solo il viso, in una mano la melagrana e nell'altra la spiga, una poppa in fuori... Tanìt la dea che non dobbiamo mai guardare in faccia, se no si disfa il mondo, e tiene d'occhio me, Josto, impotente a fare un passo per scappare via da tutti I miei passati”.
(p. 121)
Le riflessioni son molteplici.
Si spazia da alcuni pensieri sull'identità sarda (es.: sfrecciatine agli archeologi della domenica) a discorsi su chi ridefinisce l'etica mondiale (Bush. Eroismo e mistero), si parla del rapporto padre-figlia, della gelosia e delle tentazioni estive, si parla del divino umano e di quello Celeste, si parla...
... si parla di tante altre cose, ma il tema che mi ha saputo conquistare in maggior misura è sicuramente quello del rapporto tra l'uomo e il mistero della vita.
Le riflessioni di un uomo che, a una certa età, senta la necessità di ripercorrere il proprio passato e di rivalutare il presente. Un uomo che a un tratto riscopra il divino in una nicchia dimenticata.
In apertura Angioni cita l'elogio dell'ombra di J. L. Borges e i seguenti versi di Montale:
È stato tutto
un qui pro quo. E ora chi n'esce fuori?
[...]
Il problema di uscirne non si pone,
che dobbiamo restarci fu deciso da altri.
[“Quaderno di quattro anni”, Mondadori, 1977]
Non credo sia un caso che entrambe le opere citate riflettano sui temi della vecchiaia, della vita e della morte, della memoria.
A pagina 46, infatti, si legge:
“Il mondo è piccolo ed è tutto paese. E il tempo, lo stesso. Uno non se la svigna”.
Di fronte all'ineluttabilità della morte, è umano valutare il proprio percorso, “prendersi le misure” dirà lo scrittore. Da questo punto di vista non è accidentale il ritorno di Josto al suo paese d'origine, al luogo della sua memoria (Fraus – Giulio Angioni dice di sé: “Come scrittore ho raccontato soprattutto di un luogo detto Fraus..”).
“[...] me ne torno alla madre di tutte le distanze. Anche da lontananze irrimediabili torno al mio paese, in sogno, nel ricordo sbadato, nella memoria vigile. Certi sogni mi stancano più di un lavoro, ma il sogno del ritorno mi rinfranca. Ogni tanto ci torno per davvero [...] Ci torno a prendermi le misure [...] A rispecchiarmi [...] Vado a vedere la mia età nei visi dei miei vecchi coetanei”.
(p. 50 - 51)
E ancora:
“ Ma sì, torno ogni volta a fare in patria il forestiero, il vecchio fatuo, bersaglio di chi non lo sa, ma sente com'è inutile e impudico l'indugio sul passato, il risentirsi del presente arrivato senza di noi, quasi contro di noi, che siamo andati via come sgusciando dal grembo della madre dopo un lungo scalciare d'impazienza. Oggi però per il paese della mia infanzia ho solo sentimenti positivi, anche se resi ambigui dalla nostalgia”.
(p.52)
Nel ripercorrere le vie della memoria o nella ricerca che l'autore impone al suo personaggio facendogli intuire il divino come ombra sul reale o come sogno, si perviene a una sola conclusione:
“Non si torna mai nello stesso luogo”
(p. 66)
E più avanti, come anticipato dalle parole di Montale (il problema non si pone) mi pare si possa altresì concludere che per quanto l'uomo rifletta su se stesso, sul proprio passato, sul mistero del cielo e dei mari, non possa avere in cambio altro che confusione.
E la certezza che il mondo continuerà il suo ciclo anche senza di lui e che ogni mattina, presto, “poco ma sicuro, in terrazzo dalle mura salirà il fiato delle stoppie antiche bagnate di rugiada”.
Concludendo
Spero di aver reso abbastanza confuse queste mie considerazioni sul libro Afa di Giulio Angioni perché io stesso, essendomi soffermato troppo su alcune riflessioni del libro, ammetto uno stato di confusione totale.
Smarrimento che mi ha fatto amare questo romanzo senza comprenderne appieno il motivo, che mi ha fatto baciare i piedi di Nostra Signora del Carmine con un salto e la poppa di Tanìt a fior di labbra, che mi ha fatto cercare fra le ombre l'albero della vita nella speranza di chissà quale rivelazione.
Dopo tutto questo leggere, discorrere, riflettere e vagare, in una Cagliari assolata che regala pensieri folli e sogni sublimi, mi faccio conquistare dall'idea che il libro in esame esprima, in fin dei conti, l'umana ricerca del divino, il desiderio di uscire dall'ombra, il piacere di bere dalla brocca del mistero senza mai trarre ristoro se non in piccoli sorsi d'illusione.
Forse per questo Afa mi ha conquistato: ha saputo soddisfare e, contemporaneamente, alimentare la mia sete. Sete del tutto umana.
Al termine della lettura si ha l'illusione di aver capito qualcosa di più sulla vita e sul Mistero e la certezza di non poter capire.
Mi ritorna in mente il già citato Eugenio Montale (Nel Disumano, in Quaderno di quattro anni):
Si continua
a pensare con teste umane quando si entra
nel disumano
... ma quanto è umano!
Marco Diana
06 / 08 / 2008