Giulio Angioni: Afa - Prima parte
Premetto che...
... mi capitò di leggere Afa di Giulio Angioni ad aprile e la lettura ebbe uno strano effetto su di me.
Macchina fotografica in mano, libro sottobraccio e quadernetto per gli appunti, uscii di casa alla ricerca dei luoghi descritti nel romanzo, nella speranza di scovare un albero con un simbolo inciso sulla corteccia e da me battezzato “albero della vita”.
Non avevo che una breve lista di indizi e l'illusione che l'autore volesse realmente ingaggiare con il lettore una particolarissima caccia al tesoro.
Trascorsi due sere nel quartiere di Castello e fra gli alberi del terrapieno, fotografando, fermandomi a rileggere e a riflettere.
So che può sembrar folle ma, come ho detto, la lettura di questo libro ebbe uno strano effetto su di me.
Al termine del secondo giorno tornai a casa felice per quanto avevo trovato ma amareggiato per non aver visto nemmeno l'ombra dell'albero della vita, di quell'Hortus Conclusus, come lo chiama un personaggio del libro, termine col quale nel Cantico dei Cantici si indica una cosa ben precisa.
Nell'opera citata si legge:
“Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata”.
Bernard de Clairvaux (teologo francese del secolo XI) descrisse il giardino come un continuo gioco di nascondersi e cercarsi tra amante e amato, tra creatura e creatore. Ha forma quadrata (4 angoli dell'universo) e il suo centro può essere, tra le varie cose, un albero.
Dunque io mi spinsi a cercare un albero, un albero con il simbolo dritto della dea Tanìt rappresentante la vita.
Nel mio immaginario ero in viaggio, in un continuo gioco di nascondersi e cercarsi, verso l'albero della vita.
Dopo questa avventura misi il libro da parte e non scrissi niente, pur serbando il ricordo di una piccola parentesi di follia.
Pochi giorni fa, mentre la città si scioglieva in afosi silenzi e le ombre sotto gli alberi dei viali apparivano più scure e profonde, ho deciso di rileggere il libro, leggerlo nel giusto periodo per invitare anche voi, Lettori Ombrosi, a fare altrettanto o a condividere con me un briciolo di follia estiva.
Ho riletto il romanzo, soffermandomi in particolar modo sulle parole del padre del protagonista:
“Quello è un luogo che uno non lo trova se lo cerca, ma solo se si perde”
(p. 57)
E così, nuovamente (ma non chiedetemi il motivo perché anche a me resta ignoto), ho raccolto indizi e, nel caldo pomeridiano, ho deciso di perdermi.
Questa volta i miei passi si son diretti verso un altro suggestivo quartiere di Cagliari: Stampace, con le sue cripte, le sue chiese, i suoi alberi robusti che scalzano l'asfalto con ipertrofiche radici.
Immaginate la faccia dei passanti nel vedere un ragazzo andare avanti e indietro lungo un viale alberato per osservare e accarezzare la superficie di ogni tronco.
Tralascio i dettagli della ricerca e chiudo questa breve introduzione dicendovi che, come avrete capito, nemmeno stavolta ho trovato quel che cercavo.
Ho fatto un cenno a Nostra Signora del Carmine, ho rubato una foglia da una pianta di basilico sul davanzale di una finestra e son tornato a casa un po' deluso ma rinfrancato dal rispetto per l'ambiente del nostro autore. In effetti non riesco a immaginarlo chino su un albero a incidervi sopra il simbolo di Tanìt.
La speranza, però, rimane...
continua...
06 / 08 / 2008