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I segreti del presidente

La Sardegna e l'Italia degli anni '60

tra intrighi e grandi ideali

'I segreti del Presidente' è il secondo romanzo di Paolo Maccioni, noto scrittore quartese (CA).

Mettendo a confronto il primo e il secondo libro dell'autore, noto alcuni punti in comune.

A mio parere, infatti, è presente in entrambe le opere un'aperta riflessione sulla corruzione che il denaro instilla nelle professioni e nell'animo umano. Ne 'I segreti del presidente', addirittura, si parla apertamente di DISTRUZIONE IDEALISTICA.

Altro elemento tipico di Paolo Maccioni è la folle casualità che lega gli eventi e i destini dei vari personaggi. Non sempre la logica umana riesce a imbrigliare la vita; alle volte gli eventi sembrano pilotati da un progetto ben più vasto sul quale è impossibile ragionare.

Un ultimo argomento ricorrente è, sempre a mio parere, il rapporto tra la Sardegna e il resto del mondo. L'analisi delle ripercussioni che possono aver avuto (o avere) determinati interessi politici o economici sulla società isolana.

Vedrò, ora, di presentarvi 'I segreti del Presidente' [L'autore Libri Firenze, 2005].

Il romanzo si apre con i seguenti versi:

Realtà e sogno

Talvolta

S'incontrano

E fanno un percorso insieme.

Quando ciò avviene

Intervengono

Cose

Che nessuno

Potrebbe mai sospettare

Realtà e sogno s'incontrano... a cosa allude l'autore?

Si riferisce al sogno d'uno scrittore o alla cruda realtà che emerge dalle sue parole?

Certo è che dopo aver letto questo libro ci si chiede in quale proporzione stiano tra loro verità e finzione, in che misura il racconto possa essere considerato il ritratto di uno spaccato storico.

In alcuni passi quasi si spera che sia tutto un gioco narrativo.

Purtroppo una lettura attenta fa salire a galla ogni fantasia e sul fondo, ben manifesta, resta la traccia coriacea di turpi verità.

Mi viene il sospetto che l'autore voglia intendere che alle volte la realtà è talmente tanto nascosta e insospettabile che solo mediante la fantasia e il sogno, solo estraniandosi da essa, la si possa vedere per quello che è: assurda.

Siamo tra la fine degli anni sessanta e l'inizio degli anni settanta, periodo in cui in Sardegna si sente l'eco delle contestazioni del '68 e, a detta dei servizi segreti, è presente un generale sentimento di insoddisfazione per il comportamento del governo. Si parla di una specie d'irredentismo sardo nascente. Per evitare che dalle prime scintille autonomiste divampi un incendio, il Ministero di Grazia e Giustizia richiede i servigi di Filippo Frigerio, Procuratore della Repubblica Italiana, presidente del tribunale di Cagliari, capo assoluto dell'apparato della Magistratura di tutta la Provincia di Cagliari e non solo...

Il nome 'Frigerio' suggerisce immediatamente freddo e distacco e proprio questo è il presidente del tribunale di Cagliari: una persona fredda e distaccata. La sua ambizione è seconda solo alla propria tracotanza. Convinto di essere un gradino sotto solo a Dio, pensa che il ruolo ricoperto a Cagliari non sia abbastanza per lui. Solo Roma può ospitare un Semidio. Per questo motivo quando gli viene chiesto d'individuare i capi e i membri del movimento autonomista sardo e di farlo nel massimo clamore e con qualunque mezzo, lui accetta. In cambio riceverà la nomina a Membro della Corte Suprema.

“Lui, in effetti, voleva di più. Molto di più. Mirava a spazi ben più larghi di quelli che gli offriva la Sardegna perché vi era in lui la forte convinzione di valere. Roma, la città eterna, la città di mille re e mille imperatori, di mille storie e mille leggende. La città che più d'ogni altra riusciva a soddisfare in pieno il concetto della potenza, solo Roma era degna di lui. Membro della Suprema Corte. Quello era il posto al quale lui ambiva e poi, forse, chissà, anche presidente!”

Con argomentazioni molto convincenti, Frigerio entra in contatto con un personaggio di spicco del movimento autonomista sardo: Domenico Piras detto 'Chino', rinchiuso nel carcere di Buoncammino per un crimine che non ha commesso. Di fronte alla possibilità di marcire in prigione a vita, Chino asseconda il Presidente. Domenico che non ha un'alta considerazione dei partiti propagandanti ideali autonomisti, si fa ammaliare dalle parole di Frigerio, più affini alla sua linea di pensiero.

“Quei partiti, dopo aver fatto leva sui sentimenti della gente e averne ottenuto l'adesione con la promessa di programmi autonomisti, anziché utilizzare la forza conquistata per accontentare i propri sostenitori, si allineavano con il potere e diventavano satelliti di partiti maggiori. La meta da raggiungere sembrava allora divenire la spartizione di quella fetta di potere che erano riusciti a conquistarsi e il suo mantenimento”.

Con la scarcerazione di Chino ha inizio la riorganizzazione dell'esercito autonomista che agisce sotto il nome 'La Corsa del Moro', organizzazione il cui significato è:

“Corsica e Sardegna unite sotto il simbolo del moro bendato. È la bandiera della nostra rivoluzione, il nostro simbolo, l'unione delle due isole che lottano per la libertà [...] Le caratteristiche dei due popoli sono identiche come le montagne e il mare. Una volta lo era anche il desiderio di lavorare la terra e pascolare il proprio bestiame. Altri ci hanno poi schiacciato e distaccati. Ora fatichiamo persino a riconoscerci”.

Sarà proprio la Corsa del Moro il legame tra le varie storie che nel romanzo scorrono parallele: le vicende della prostituta Lina e del medico che le regalò il Paradiso; la lotta interiore di un ispettore sanitario in piena crisi idealistica; il contrasto tra Frigerio e l'avvocato Benito Frau che riflette l'antica diatriba tra sostanza e forma; la relazione tra Elisabetta e Chino, il passato che chiama e il futuro che attende; la furia e l'impunità del Comandante supremo delle forze armate in Sardegna; ...

... storie che scorrono sotto l'attento sguardo del lettore e di un oscuro personaggio che segue le vicende dal cuore della città antica dove “monumenti, strade e chiese trasudavano storia da ogni loro pietra”; valuta le vicende dal suo imponente palazzo e quanto vede contribuisce a dargli un senso di potere paragonabile a quello che solo la sua professione sapeva infondergli.

Non dirò altro di questa storia di intrighi e potere in cui forti sommovimenti sociali riflettono le più interne rivoluzioni dell'animo umano.

In chiusura riporto alcune frasi particolarmente significative:

“In certi casi non è nemmeno necessaria la perfetta corrispondenza delle persone con i fatti che accadono”.

“V'intravedeva sempre lo stesso fondamentale difetto. Quei partiti, dopo aver fatto leva sui sentimenti della gente e averne ottenuto l'adesione con la promessa di programmi autonomisti, anziché utilizzare la forza conquistata per accontentare i propri sostenitori, si allineavano con il potere e diventavano satelliti di partiti maggiori. La meta da raggiungere sembrava allora divenire la spartizione di quella fetta di potere che erano riusciti a conquistarsi e il suo mantenimento. Punto”.

“La violenza! Solo con la violenza, i sardi possono riuscire a rompere le catene che li tengono prigionieri. Non c'è alcun'altra possibilità”.

“Ma il tempo e l'ottimo stipendio che percepiva, contribuirono al processo di distruzione idealistica. Al loro riparo, non si accorse di sotterrare gradatamente la sua professione di medico sotto un cumulo di carte”.

“Non sarà facile: per qualche ora la Sardegna dovrà scomparire dalla faccia della terra. Quando ricomparirà e tutto sarà finito anche il cuore sarà cambiato. Sarà un cuore scuro con la benda di traverso”.

“Caterine, tu conosci bene la ricorrente provvisorietà dei governi italiani. I suoi rappresentanti sono portati a un'eterna indecisione. Con loro sarebbe impossibile realizzare questo progetto”.

Marco Diana

11 / 11 / 2007

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