Il muto di Gallura
'Cronaca di un vendicatore'
Germania, Duisburg, 15 agosto 2007.
Sei italiani sono stati crivellati di colpi e finiti con un proiettile alla nuca. Si parla di San Luca (paese d'infanzia di Corrado Alvaro) e di un agguato nato in seguito a un lancio di uova, si parla dell'Aspromonte, si parla di faida.
Anche la Sardegna è tristemente legata alla faida, disamistade in sardo.
Per utilizzare le parole di Fabrizio De André, laddove 'la corsa del tempo spariglia destini e fortune' si muove, felino, un vendicatore. Si muove un personaggio che lava il sangue con altro sangue, che lava le offese a colpi di fucile e placa il proprio dolore con quello altrui.
Sulle labbra il sapore ferroso di una parola: disamistade.
Questi eventi mi suggeriscono un autore: Enrico Costa (Sassari 1841-1909).
Una delle sue opere più celebri è 'Il muto di Gallura', cronaca dello scontro avvenuto tra il 1849 e il 1856 che vide contrapporsi tre famiglie di Aggius: i Vasa, i Mamia e i Pileri, alleati di questi ultimi. In sette anni la disamistade fu causa di oltre 70 morti.
Protagonista leggendario di queste stragi fu Sebastiano Tansu Addis, nato ad Aggius nell'ottobre 1827. Fu soprannominato in vari modi, tra cui 'il Terribile', ma è passato alla storia come 'il muto di Gallura', il diavolo vendicatore nato sordo e muto sotto il cielo stellato, fra le macchie di lentischio.
Lo scrittore lo dipinge nel modo seguente:
“Dalle falde del corto cappotto d'orbace usciva la tersa canna del suo fucile, compagno indivisibile nella sua solitudine: unico amico a lui rimasto fedele nei giorni della sventura. [...] I saggi del paese dicevano che Bastiano aveva sortito dalla nascita istinti feroci. Tutti avevano riconosciuto in lui una natura perversa; e il parroco aveva presagito e predicato in piazza, che quel muto doveva finire nell'ergastolo o sul patibolo”.
Erano anni duri, riporta Costa.
“Fin dai tempi remoti la Gallura fu teatro di odii atroci e di tremende vendette. Per cause talvolta assai frivole, gli abitanti si dividevano in distinte fazioni, per dilaniarsi a vicenda. Di generazione in generazione veniva trasmessa la vendetta [...]. Tutte le grandi cose, in Gallura, furono sempre partorite dalle cose piccole”.
La vendetta e l'onore facevano parte dell'educazione impartita ai bambini, l'ospitalità ai banditi non si negava mai e “le fanciulle più seducenti sorridevano innamorate a quegli uomini fieri e robusti; l'edera più tenera stringe nelle sue spire affettuose i tronchi delle querce secolari”.
Nel 1802 il conte di Moriana, governatore di Sassari e fratello di Carlo Felice, pensò che l'unico modo di estirpare dalla Gallura la terribile disamistade sarebbe stato dar fuoco ad Aggius e disperderne la popolazione. Fortunatamente questo provvedimento non fu mai adottato.
Il fedele reportage di Enrico Costa fu pubblicato nel 1885. Da allora e dagli eventi narrati nel suo romanzo, la storia si è ripetuta e altre inimicizie son sorte, e tanto sangue e tante vite sono andate sprecate.
Quello di oggi, dunque, non vuole essere solo un invito alla lettura ma anche uno spunto di riflessione.
All'inizio del libro si vede 'il Terribile' in agguato dietro un cespuglio, un vendicatore che “per quattro giorni aveva lottato incessantemente con una forza misteriosa che tratteneva il suo braccio” e che quel giorno attendeva l'alba con “ansia paurosa”.
Se, secondo il racconto di Costa, un moto dell'animo è riuscito a fare tremare la mano al muto di Gallura, forse si può sperare che faide come quella di San Luca possano aver fine... laddove 'la corsa del tempo spariglia destini e fortune'.
Marco Diana
22 settembre 2007