Intervista ad Andrea Mameli
Scienziati di Ventura
'Storie di cervelli erranti tra la Sardegna e il mondo'
Vi propongo una breve intervista ad Andrea Mameli, autore del saggio 'Scienziati di Ventura' scritto a quattro mani con Mauro Scanu.
Il libro si articola in una serie di interviste ad alcuni ricercatori sardi che hanno voluto o hanno dovuto emigrare all'estero, giovani in grado di confrontare le realtà di diverse nazioni ed esprimere un giudizio.
Chi volesse può leggere preliminarmente il resoconto di un incontro/dibattito tenutosi a Cagliari, presso la libreria Zonza di via Paoli il 10 ott. 07. nel corso del quale, prendendo spunto dal saggio di Mameli e Scanu, sono emerse numerose testimonianze e considerazioni.
L'intervista.
- In questi giorni l'assegnazione del premio Nobel per la medicina a Mario Capecchi ha destato diverse reazioni. È opinione diffusa che se Capecchi fosse rimasto in Italia anziché emigrare in America non avrebbe mai vinto nulla. Si trova d'accordo con questa affermazione?
Non si può essere così drastici. È vero che in America spesso sono dotati di apparecchiature moderne, di un ambiente cosmopolita, di maggiori finanziamenti, tutte cose di cui in Italia si sente sovente la mancanza, però non è corretto affermare che qui Capecchi avrebbe o non avrebbe condotto gli stessi studi. Oltre all'aspetto legato all'ambiente di ricerca, c'è da aggiungere che esistono anche delle forti difficoltà legate alla realtà oggettiva che l'istruzione non è realmente di tutti e anche tra coloro che possono permettersi di studiare si osserva una certa riluttanza a investire nella scienza. In definitiva, non penso sia corretto affermare che se Capecchi fosse rimasto in Italia non avrebbe mai ricevuto il Nobel. Si può dire che negli U.S.A. le probabilità di successo sono molto più grandi.
- L'università ha delle falle, i cervelli migrano e la ricerca ristagna. Pensa che il demerito di tale situazione sia attribuibile solo all'università o vi siano altre cause? Pensa che le industrie private o le istituzioni politiche giochino o possano giocare un ruolo in tal senso?
Gran parte delle falle universitarie sono un problema annoso che si trascina a partire dalla riforma Gentile. Tale riforma mise in secondo piano le materie scientifiche, considerate importanti solo da un punto di vista professionale, e predilesse le materie classico-umanistiche proprie della classe dirigente. Da qui la scarsa sensibilità nei confronti della ricerca scientifica. Posso fare una classifica dei 'cattivi'. Al primo posto metto la politica, al secondo posto l'università, segue l'industria che però risente largamente dell'atteggiamento politico nei confronti della ricerca. Non posso non includere nell'elenco il mondo dell'informazione. Comunque, come ho già detto, in cima a questa graduatoria vi è la classe politica, disattenta a queste tematiche. A tal proposito il Prof. Umberto Veronesi ha affermato che in Italia i progetti sulla ricerca hanno la durata del mandato di una carica politica. L'orizzonte dei finanziamenti deve essere più ampio. La gittata di tali interventi deve essere maggiore.
- È stata messa in evidenza una scarsa diffusione del sapere scientifico. Secondo lei sono i giovani ad allontanarsi dalla scienza o è la scienza ad allontanarsi dai giovani?
Più che altro direi che gli scienziati si allontanano dai giovani. Difficilmente se un professore non ci fa amare la materia ci avviciniamo ad essa. Letture, film, insegnanti, esperienza diretta, sono questi i quattro elementi propulsivi che posso avvicinare un giovane alla scienza, ad amare la scienza. Attualmente sono in fase sperimentale diverse esperienze per agevolare tale incontro (rappresentazioni teatrali, videogiochi...) ma il problema nel diffondere tali iniziative è sempre lo stesso: l'assenza di finanziamenti.
- Cosa significa fare informazione scientifica in un periodo in cui si è riusciti a mettere in dubbio il termine stesso 'informazione'?
Difficile fare informazione scientifica se si cade nel tranello di voler dire ciò che si presume che la gente voglia sentirsi dire. Svolgere il lavoro di informatore scientifico significa fornire informazione pura o anche con qualche orientamento, purché vi sia un confronto tra differenti linee di pensiero. Di fondamentale importanza è aver sempre presente la linea di confine che separa le informazioni dalle opinioni, in una società in cui troppo spesso le opinioni si trasformano in fatti e viceversa.
- In base alla sua esperienza, cosa consiglierebbe a un giovane laureato che volesse percorrere la via della ricerca?
Deve essere pronto a fare numerosi sacrifici e, almeno nei primi tempi, a guadagnare poco. Se appassionato, farà il lavoro più bello del mondo: pubblicherà articoli scientifici, potrà fare scoperte importanti che possano migliorare il grado di vivibilità o, per esempio nel campo medico, alleviare la sofferenza di alcune persone. Un aspetto molto interessante di questo lavoro è il fatto che potrà confrontarsi e dialogare con persone provenienti da tutto il mondo perché un interesse comune come quello scientifico, è in grado di abbattere qualsiasi barriera linguistica e culturale.
- Le chiedo di fare un salto temporale e di proiettarsi in un futuro non troppo lontano. Direi che 10 anni possano bastare. Come immagina il futuro di un Paese che persiste nel trascurare e penalizzare la ricerca scientifica? Come immagina la Sardegna?
Il 2017 sarà un periodo d'oro. La maggior parte dei laureati sardi troverà lavoro nella propria isola e alcuni di loro dovranno viaggiare ma sarà una loro scelta. Tutti lavoreranno nel campo che maggiormente li appaga e saranno contenti della propria attività. La produzione sarda subirà un'impennata e...
... la mia testa proprio non riesce a immaginare quanto ho appena detto. Diciamo che se dovessi dire come la penso realmente dovrei scrivere un romanzo noir! Qualcosa potrebbe migliorare se si investisse sulla ricerca con criteri di valutazione del merito del valore dei progetti e nella selezione del personale e se si puntasse sulla crescita della piccola e media impresa affinché possa offrire servizi anche non ancorati geograficamente (ovvero facilmente esportabili), allargando quindi il proprio bacino di utenza. L'utopia che ho delineato poc'anzi si realizzerà solo se il potere politico comprenderà le reali problematiche legate al mondo della ricerca scientifica e saprà fornire gli strumenti di sviluppo che hanno avuto successo in altri luoghi del mondo.
Ringrazio Andrea Mameli per la disponibilità e per l'impegno col quale porta avanti il duro lavoro di divulgatore scientifico. Penso che per il suo saggio la strada sia ancora lunga e non priva di difficoltà e mi auguro che possa essere come quel piccolo sassolino che genera la valanga.
Marco Diana
11 ottobre 2007