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Lettera di Paolo Maccioni: Per favore salvate i buoni libri

Gentili lettori,

condivido con voi una lettera/articolo inviatami dallo scrittore Paolo Maccioni (autore de “La guerra del Pellicano” e de “I segreti del Presidente” - si veda scheda al lato), una riflessione sul mondo editoriale moderno.

Inizialmente nutrivo forti remore sul fatto di pubblicare o meno l'articolo del Dott. Maccioni, in quanto il contenuto un po' mi riguarda.

La mia figura nello scritto, però, è marginale. Tema centrale sono le vetrine dei librai, alcuni pensieri sui distributori che le nutrono, l'entusiasmo che accende lo scrittore dinanzi alla propria opera pubblicata, passione che erompe con l'impeto di un fiume urlante e s'inaridisce e riduce a pozza melmosa in un batter di ciglia.

Questo e altro nella lettera dello scrittore quartese.

Per questo motivo, vinto lo scrupolo d'un immaginario conflitto d'interessi e fugata la timidezza, ho deciso di rendere pubblica la seguente, sentita, testimonianza.

Grazie Paolo.

Marco Diana

Per favore salvate i buoni libri

di Paolo Maccioni

Quotidianamente sono pubblicati, in quantità veramente impressionante, libri di tutti i generi che, apprestandosi ad affrontare il mercato, aspirano ad essere conosciuti, avere delle recensioni, vincere qualche premio. È un mercato spietato che non ha regole certe. Non esiste un sistema sicuro per ottenere visibilità e quindi entrare nella competizione salvo che il libro non sia edito da una delle poche grosse case editrici che gestiscono solo i successi già… successi, oppure che l’autore sia talmente bravo e innovatore da suscitare immediata e incondizionata ammirazione da parte di chiunque abbia l’opportunità di leggerlo.

Nella stragrande maggioranza dei casi però non è così e il cammino del libro è arduo.

Stabilito innanzi tutto che, come qualunque altro prodotto, deve rispondere a regole concrete di marketing in cui a dettar legge è l’economia, bisogna mettere in conto che i contenuti seriosi passano in secondo piano rispetto alle ricette culinarie, alle barzellette, ai manuali di tutti i generi, e ad altri argomenti leggeri e allettanti, di più facile vendibilità che non un libro di poesie o di racconti, o un romanzo e che perciò sono in bella mostra nelle vetrine dei librai.

Una volta, tuttavia, che il libro esce dalle stampe, parliamo di case editrici minori, all’inizio del suo percorso s’imbatte nel distributore che, nella struttura di questo mercato, gioca un ruolo fondamentale in quanto esercita una prima selezione sui libri da offrire all’attenzione delle librerie. Essendo un commerciante, le sue preferenze vanno ai libri di cui sopra che hanno un immediato ritorno economico e, se fosse possibile probabilmente trascurerebbe del tutto gli altri titoli, ma il dovuto prestigio, indispensabile trattandosi di operatori culturali, gli impone anche la fornitura di quelli dai contenuti meno appariscenti. Così, se il nostro libro è fortunato, arriva ad essere segnalato all’attenzione del libraio il quale decide, con un occhio al contenuto se è bravo, e con l’altro al portafogli, quali libri tenere in deposito, se e come presentarli al pubblico. Il quale infine si orienta all’acquisto in base ai propri criteri di scelta, cioè a quanto conosce del libro e, se non sa nulla, in base a ciò che vede scritto sulle copertine, e se è amico del libraio, ai suggerimenti dello stesso.

Le probabilità di vendita del libro si riducono perciò quasi a zero.

Gli autori che hanno impiegato magari qualche anno a scriverlo e che desiderano essere presenti su questo mercato; che non sono né ricchi abbastanza da finanziare autonomamente le loro opere, né geni da essere catturati immediatamente dalle grosse Case Editrici, ma che, tuttavia, hanno qualche cosa da dire e vogliono dirla, e per farlo si rivolgono a case editrici minori, facendo anche qualche sacrificio per pubblicare, sperano perciò di riuscire a farlo cercando di ottenere qualche benevola recensione da parte dei critici letterari, oppure partecipando ai vari concorsi letterari, diventati anche questi numerosissimi ed in fase di lievitazione costante e non tutti con finalità esattamente culturali e spassionate, o ancora facendosi promotori di qualche serata di presentazione del proprio libro, organizzata in economia.

In tutti i casi non si fa molta strada: il critico che potrebbe non dico decretare il successo del libro, ma almeno premere il pulsante di una lampadina che lo illumini sia pure per pochi istanti, il più delle volte è indisponibile ad accendere l’interruttore e, quando lo fa, la sua libertà di giudizio, che dovrebbe essere integra e totale, spesso è condizionata da innumerevoli fattori, talvolta sconosciuti a lui stesso.

La partecipazione ai vari premi e concorsi, sarebbe anche una buona cosa se il riconoscimento ottenuto dalle giurie dei vari concorsi riuscisse almeno in parte ad aiutare il libro ad essere conosciuto dal pubblico, ma ahimé così non è, e il più delle volte, ottenuto il premio, il libro rimane per il pubblico un emerito sconosciuto perché le riviste, i giornali, e tanto meno gli altri mezzi più importanti di comunicazione come la radio e la TV. non ne parlano, o si limitano ad un trafiletto invisibile. Ciò non vale per i concorsi di un certo rilievo i quali, però sono appannaggio delle grosse Case Editrici e quindi siamo di nuovo punto e a capo.

Le serate di presentazione organizzate in proprio, infine, servono di solito solamente a vendere qualche copia del libro in modo da ammortizzare almeno in parte i costi sostenuti per la pubblicazione.

Esaurita questa trafila, il libro finisce la sua storia, nessuno o pochi lo avranno letto ed il suo destino è segnato: morirà dimenticato da tutti.

Orribile!

Sono però convinto che, per ovviare all’inevitabile scomparsa di un libro valido, la cui diffusione è impedita dalle circostanze descritte in precedenza, i giornali e le riviste specializzate possono avere un ruolo più importante di quello attuale. Dovrebbero lasciar parlare i lettori, dare loro più voce. Si tratterebbe di fornire loro uno spazio, creare una specie di “rubrica dei lettori” in cui essi, conosciuto un libro lodevole e meritevole d’attenzione, rendessero palese a tutti le sue qualità, pubblicando i commenti, le motivazioni, le impressioni che il libro ha suscitato in loro. Qualcosa insomma che assomigli alle recensioni, ma fatte da lettori comuni. Si potrebbe arrivare alla creazione di una specie di passa parola collettivo tale da orientare la conoscenza di quei libri che sono piaciuti ai lettori e che difficilmente, anzi raramente, si trovano in libreria.

Ed è proprio nella speranza che questo modo di aiutare la divulgazione di buoni libri sia preso in considerazione, che incomincio con il caldeggiare due libri che vorrei riuscissero a trovare i giusti riconoscimenti. Si tratta di “ Pater Meus” di Mario Relandini e “La musica in gola” di Marco Diana.

Relandini, finalista alla 13° edizione del premio Letterario Internazionale Trofeo Penna d’Autore, finalista al XXIV Premio Firenze, ha pubblicato il suo libro con le Edizioni Il Filo. È un libro autobiografico, che narra avvenimenti riguardanti l’autore ma che potrebbero riguardare tutti, in quanto descrive fatti accaduti alla sua famiglia nel dopoguerra fino alla morte del padre al quale lui era particolarmente affezionato. Sembrerebbe banale, detta così, e invece Relandini, con il suo scrivere pacato e lineare, tiene avvinti dal principio alla fine. La prosa scarna ed essenziale, da giornalista quale lui è nella vita reale, facilita la comprensione dei concetti che esprime e insieme vi è in lui una poesia che a tratti viene fuori tra le righe facendo partecipi i lettori dei diversi sentimenti che accompagnano le vicende dell’io narrante. Il libro meriterebbe di essere portato a conoscenza anche di alunni e scolari e se io fossi professore ben volentieri potrei assumerlo a testo di studio in quanto in esso ho trovato motivi di riflessione storici, umani e sociologici. Inoltre è scevro da interessi di qualsiasi natura. È facile imbattersi in racconti, specialmente attinenti all’ultima guerra, sapientemente orientati per una o per l’altra parte (ma, come sempre nella maggioranza dei casi, dalla parte del vincitore). Relandini no. Lui va dritto per la sua strada, che è il racconto, e anche quando potrebbe approfittare delle circostanze per schierarsi, non lo fa. Descrive gli avvenimenti con totale libertà di pensiero e d’espressione. Questo va attribuito a suo merito insieme alla capacità di coinvolgere con la semplicità. Meriterebbe una conoscenza maggiore da parte del pubblico. Chi, come me, ha avuto la fortuna di leggerlo, lo considera tra i libri da non dimenticare.

Marco Diana è giovane, appena 26 anni, ma ha già la saggezza del vecchio e l’intuito di quella che sarà l’esperienza non ancora vissuta. Come tutti i bravi autori non manca di una vena di sottile ironia che gli permette di osservare dall’alto di un piedistallo le situazioni che si palesano ai suoi occhi e che lui rivela ai lettori immedesimandosi nelle varie situazioni con passione pura riuscendo a trasferire nei lettori questa passione. Non solo talento, ma anche pensiero e intelligenza. Il libro ha una sua trama portata avanti senza lungaggini o bizantinismi inutili. Si legge senza alcuna fatica fino alla fine e ci si rende conto che quello che accade ai protagonisti, due vecchi bonari che hanno ancora tanto da dire nonostante l’età, da cui il titolo: La musica in gola, potrebbe capitare alle persone accanto all’uscio di casa tua. E anche quando il discorso si fa pura poesia e l’incomprensibile definisce la fine del libro, anche allora la realtà sembra essere là e non già dove viviamo quotidianamente noi. Il suo libro ha vinto il Premio Letterario “ La Città dei Sassi” ed è stato pubblicato da Altrimedia Edizioni, a Matera.

Mi riterrò soddisfatto se avrò convinto anche uno solo dei lettori di questi brevi commenti a ricercare, con pazienza, questi due libri.

Paolo Maccioni

01 / 02 / 2008

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