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Mandas: il silenzio cocciuto della pietra – S.D. Massa

Gli assidui frequentatori di Paesedombre sapranno certamente che il 6 dic. 07 Mandas ha ospitato Savina Dolores Massa, “Scrittrice senza frontiere”.

Col permesso dell'autrice, riporto qui di seguito (per la sezione “Diario di bordo”) un articolo pubblicato sul suo blog “Ana la balena”.

Marco Diana

MANDAS

Allontanandosi dal prossimo Natale appeso e acceso in centri urbani più grossi, non è male arrivarci in una giornata di dicembre, a Mandas, sotto un cielo che amerebbe nevicare, ma troppo riservato per concederlo. E’ asfalto spento di strada trascurata quello che porta al paese. Potrebbe essere America da messaggi in nuvole di fumo, questa Marmilla, ma non lo è. E’ Marmilla quasi disabitata, vasta, non aggressiva. O finge mentre affila lame. Io porto le mie, come sempre. Lame e finzioni. Cerca il Campanile, mi è stato detto, Non si può non vederlo. Infatti lo vedo, ma: è sempre bello non comprendere subito quale è la strada giusta che porta a un campanile. Sarebbe giusto anche girare una vita per strade prima di raggiungerlo, un campanile. Sulle pietre delle case, su quelle delle strade, sono visibili le orme dei gerani delle finestre, in visita ai mandarini dei cortili. Alle quattro del pomeriggio l’odore dell’inverno è fumoso di legno e digestione accanto a braci. Non sento nessuna voce di cane a intonare il lamento per il freddo. Nessun avanzo d’urina di innamoramento di gatto a sgocciolare dai tetti. Nessun uccello in fuga dopo essersi guardato bene in faccia il Campanile. Non ho mai temuto i paesi senza cani gatti uccelli. Non temo il silenzio cocciuto della pietra. In queste quattro del pomeriggio, piove molto su Mandas, senza che si veda la pioggia. Il cielo è scurissimo come quando in qualunque altra parte del mondo crollano temporali. Nessuna acqua su Mandas. Nessuno a cui domandare quale potrà mai essere la giusta strada che conduca a un campanile. Ho sempre avuto una buona immaginazione. Ci sono molte possibilità che le strade del paese siano popolate da bambini a pane e marmellata d’arancia in mano, che una cagna sverginata in quell’istante imprechi contro il bastardo color fuggire che non le stacca di dosso il suo possesso. Che le rondini amino più dicembre che marzo, a Mandas. Ognuno immagina ciò che più gli piace. Io arrivo al Campanile senza aver voluto vedere ciò che forse c’è reale, a Mandas. Il Campanile mi piace e scelgo che voglio vederlo campanile, e nient’altro. Passa un prete in carne ed ossa e scompare nella chiesa. Non ha degnato di un saluto, uno sguardo, la poetessa giunta a Mandas a recitare. Non preghiere. Chissà cosa immaginano, i preti, quando camminano nelle strade, sicuri sempre di trovare il campanile.

Una chiesa e la sua spada eretta, un fu convento di frati, una vallata immensa. Non esiste nessun motivo per desiderare altra bellezza. Non desidero neppure alcun fantasma di frate tra i piedi. Qui mi piace essere sola. Indosso guanti neri spezzati sulle dita. Che restino, le mie impronte digitali da assassina, sugli occhi di chi li sbarra ad ascoltarmi. Grosse stufe colonne di navata, come nelle Ramblas di Barcellona qualche dicembre fa, esattamente. Ramblas a Mandas ha suono di serpente pronto al salto. Ogni persona arrivata, pur in luogo sconsacrato, sussurra nel ricordo del rispetto. Ogni tanto scompaiono, dietro scaffali di libri o autopuniti dietro una lavagna d’altri tempi. Ci sono nicchie e uscite improvvise su segreti. Su nessuna poltrona mulatta si è seduto il prete. Io confesso con vergogna, dinanzi a tutti, i miei peccati di paura. Penso che la parola Mandas possiede lettere molto presenti nel mio nome intero. Come quando in ipnosi regressiva capii di essere stata Tito il ladro buono morto crocifisso assieme a un dio e scoprii che si chiamava pure San Dismas. Ma di questo se ne può parlare un’altra volta.

Chi mi ha invitata qui ha le mani come gelato al pistacchio e perle autentiche sotto le labbra. Grata, nel senso che si vuole, accanto a lui.

All’uscita, con molte penitenze da scontare, fumo la mia sigaretta sul sagrato. Il buio impedisce al Campanile qualunque ombra minacciosa sulla cicca che gli lascio sull’unghia lunga di un suo piede. Non perdo tempo a chiedermi cosa può aver fatto del suo tempo, quel prete che ha scelto di non benedire la poesia.

Savina Dolores Massa, Mandas sei dicembre 2007

09 / 12 / 2007

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