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Nonostante tutto è Natale.

Scrisse Tiziano Terzani

Peshawar, 27 ottobre 2001

SONO venuto in questa città di frontiera per essere più vicino alla guerra, per cercare di vederla coi miei occhi, di farmene una ragione; ma, come fossi saltato nella minestra per sapere se è salata o meno, ora ho l'impressione di affogarci dentro. Mi sento andare a fondo nel mare di follia umana che, con questa guerra, sembra non avere più limiti. Passano i giorni, ma non mi scrollo di dosso l'angoscia: l'angoscia di prevedere quel che succederà e di non poterlo evitare, l'angoscia di essere un rappresentante della più moderna, più ricca, più sofisticata civiltà del mondo ora impegnata a bombardare il paese più primitivo e più povero della terra; l'angoscia di appartenere alla razza più grassa e più sazia ora impegnata ad aggiungere nuovo dolore e miseria al già stracarico fardello di disperazione della gente più magra e più affamata del pianeta. C'è qualcosa di immorale, di sacrilego, ma anche di stupido – mi pare – in tutto questo.

[Tratto da “Lettere contro la guerra”, Tea, 2004]


Scrive Enrico Pili

I bambini di Butembo conoscono la neve probabilmente perché la vedono, sia pure da lontano e quando le nuvole e le nebbie lo consentono, sulle cime del Ruwenzori – la Margherita, oltre 5000 metri, è la seconda montagna d'Africa dopo il Kilimangiaro. Non hanno mai visto Babbo Natale e non sanno nemmeno chi sia. Troppo caldo all'equatore, le renne non resisterebbero a un clima così. E poi Babbo Natale non sa che l'apartheid è finito. I bambini congolesi non hanno mai visto una playstation e non sanno che sono i loro fratelli del Katanga, cavando dalle miniere a cielo aperto quella sabbia nera un po' radioattiva chiamata coltan, a sostenere la Sony nella produzione del costoso giocattolo.

[Tratto da “Adesso, a poche ore da qui”, Scuola Sarda Editrice, 2007]


La sfortuna altrui è la nostra fortuna o possiamo far sì che il nostro benessere coincida con quello di altri popoli?


Marco Diana


25 / 12 / 2007

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