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Ospite del giorno: Giuseppe Columbo. Prima parte.

Quest'oggi il libro degli ospiti porta una firma ormai nota ai lettori affezionati di Paesedombre: Giuseppe Columbo.

Come ben sapete, Giuseppe ha 28 anni, é di Cagliari e ha pubblicato giovanissimo la raccolta di poesie “Quello che le foglie non dicono” [La Riflessione, 2007].

Tra gli altri impegni letterari a me noti, segnalo la collaborazione con il sito “Criticaletteraria”, la cura de “La casa del silenzio”, blog personale e alcuni interessanti interventi poetici qui a Paesedombre.

Ho avuto già modo di parlare di Columbo e del suo libro (potete approfondire qui), perciò vi lascio subito in compagnia del poeta.

Marco Diana

La casa del silenzio

di Giuseppe Columbo

Mi chiamo Giuseppe Columbo e sono nato a Cagliari ventotto anni fa e da ventotto anni risiedo a Pirri.

Della mia infanzia ricordo brevi flash come quando, terrorizzato (avrò avuto 4-5 anni), scattai una foto con un piccolo di tigre al circo.

Ricordo il mio primo giro di giostra ad occhi chiusi abbandonando la testa al vuoto, seduto su un cavallo. Fu la prima volta che mi sentii veramente libero e in un altro mondo.

Ricordo il giorno in cui i miei mi portarono all’Anfiteatro romano a sentire le Opere; rivivo la Carmen, la Turandot, l’Aida, la Tosca e, soprattutto, il Nabucco. Fu quest’ultima, con i suoi costumi e l’utilizzo delle lunghe barbe posticce, ad impressionarmi maggiormente dal punto di vista scenico.

Conservo ancora con piacere , di ognuna di esse, i libricini di presentazione che il Teatro Lirico metteva a disposizione.

Altro flash fu l’incontro con l'Amerigo Vespucci, nel porto di Cagliari; ricordo tutto di quella visita e, il fatto che ci andai accompagnato da mio zio e dai cugini, riporta di quei momenti un’emozione ancora intatta.

C’è spazio nella mia memoria anche per il viaggio di ritorno da Bari, dopo che andai ad assistere ai funerali di mio nonno paterno.

. . .

Un episodio che ricordo col sorriso (ma allora fu per me motivo di grande shock!!) è quando mi caddero per la prima volta (si augura sia anche l’ultima!) i pantaloni in pubblico: giocavo nell’androne della mia scuola elementare durante la ricreazione; una compagna, mentre ci rincorrevamo per acchiapparci, mi afferrò alla vita, sui pantaloni, per tenermi e fu così che avvenne…

Di quella scuola ricordo ancora il primo amore; una bambina della classe affianco.

Il viso, i capelli e il suo sguardo nascosto dietro le lenti degli occhiali, fece di quell’incontro un colpo di fulmine.

A prescindere da tutto ciò, il mio compagno di giochi preferito era il pallone.

Lo portavo ovunque e, il mio sinistro, da allora,iniziò a colpirlo nei diversi modi possibili; più per vederne i cambiamenti di traiettoria che per ottenerne dei risultati diversi.

E così, mentre il pallone continuava a rotolare, rotolavo anch’io…

Soprattutto d’estate, al Poetto, dove sabbia, mare e sole sembravano ingredienti indispensabili per fare di me un ragazzino felice.

Con i miei più cari amici e i cugini, si trascorrevano interminabili giornate in spiaggia dove il tempo non mi bastava mai.

A dir la verità, rimasi piacevolmente stupito anche quando incontrai, per la prima volta nella mia vita, la neve.

Fu nell’inverno del 1993; non avevo mai visto il mio cortile così bianco; non avevo mai visto sulla spiaggia la neve…

Fu un emozione enorme: per la prima volta, poi, avevo assistito alla partita tra Cagliari e Torino col pallone arancione sul campo ghiacciato (non so se qualcun altro di voi lo ricorda…): fu sicuramente un evento.

Ebbi quel barlume di consapevolezza, allora, che cose del genere, qua, sul mare, raramente lei avrei riviste.

E in effetti, fu così; il sole e le estati continuavano a farla “da padrone”.

Anche nella mia vita.

Mentre al Conservatorio m’innamorai del violino (l’incontro fu davvero toccante, per me; ovviamente mi riferisco all’incontro “muto”…avete presente…quello dove ancora non si produce nulla di stridulo! – a proposito, anche quello fu, purtroppo, indelebile!), al mare m’invaghii di qualcun’altra…

E fu una lunga infatuazione…ovviamente platonica!...

I miei primi pensieri (prima che pubblicassi, il libro chiamavo le poesie “pensieri”!) furono ispirati da quei giorni.

La prima poesia (ora che è pubblicata, ci sta come termine!!), come potete vedere, si riferisce a qualcosa….anzi, a qualcuna di preciso:

Nella notte scura, la mente si rischiara


illuminata dalle stelle dei tuoi occhi


e dalla mezzaluna del tuo sorriso


[Da “Quello che le foglie non dicono”, pag.11]


Per qualche anno (meglio non dire quanti!) scrissi pensando a lei e fu così, per un paradosso bello e buono, che scoccò il colpo di fulmine per la poesia!

Scrissi, scrissi e ancora scrissi.

Insomma, scrissi.

Ma l’amore platonico esiste ed io ne sono il caso lampante!

Ero molto più ispirato con la penna che con le parole e quindi quello che vivevo me lo appuntavo su un piccolo diario, ma badando bene che Lei non lo leggesse.

Imparai a conoscere anche la malinconia durante le stagioni tra un’estate e l’altra.

E con essa intrattenni più rapporti che con l’agognata; come testimonia quest’altra poesia:

Malinconia


L’Amante.


Troverà vita e spazi

a te ignoti,

camminerà tra tristezze sbirciate

e tra le gioe perdute.


Sarà la tua Amante.


Vivrà di compiacimenti,

visiterà i tuoi ricordi,

si assopirà nella tua anima

e sveglia sarà per le tue notti.


Ti sarà fedele nel tempo…


[Da “Quello che le foglie non dicono”, pag. 19]



... continua domani 24 apr. 08

23 / 04 / 2008

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