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Ospite del giorno: Giuseppe Columbo. Seconda parte.

... segue da mercoledì 23 apr. 08


Andare a letto, in quel periodo, era molto più’ frequente.

Un po’ perché ero “prosciugato” da questo sentimento e un po’ perché il letto, con la sua forma, accoglie e raccoglie.

Una notte, prima di addormentarmi e tristemente stanco del mio “caso platonico”, immaginai che il sogno potesse fare per me qualcosa di più di quanto feci io:

Sogno


Maschera della quotidianità,

vestiti di rosse albe,

spogliati dei grigi tramonti.

Plasma tu l’evasione…

Cibati delle nostre ingenuità

e digiuna da ogni riflessione.

Dai vita per una volta all’occasione..


[Da “Quello che le foglie non dicono”, pag.20]



Purtroppo quell’occasione non ci fu (il purtroppo è puramente da intendersi contestualmente, per quel periodo!).

Mentre “tradivo” il mio “pensiero” di lei (ogni tanto in quei lunghi anni, ci stava!) per aspetti meno platonici, nascevano poesie come questa:

Tramonto


Rosso fuoco!

Il tuo color si miscela al mio sangue…

…per ritornar tutt’uno

alla sensazione unica che a te appartengo


[Da “Quello che le foglie non dicono”, pag.42]


Quando invece volli chiudere definitivamente con certi “pensieri” (come noterete anche dalla terminologia la traslazione –pensiero----poesia- è frequente e atemporale!), volli renderlo manifesto (che più manifesto non si può!), usando un linguaggio scarno, essenziale e lirico in questo componimento:

IO = SARCOFAGO


Ho sepolto macigni.

Li ho fatti morire in me per sempre.

Io son la terra

che nasconde vermi.

Son la tomba

di un amante morto


[Da “Quello che le foglie non dicono”, pag.52]


Come avrete avuto modo di leggere, la poesia rispecchia il detto: “Metterci una pietra sopra”...c’ho pensato adesso, carina questa!...

Alle superiori, ai geometri, arrivò il momento della maturità.

Più precisamente, quella del tema.

Ero cresciuto molto da quella delusione; avevo superato – da solo, nel senso più vero del termine – l’amarezza di quella esperienza.

Fui il “medico” di me stesso, se così si può dire.

Capii solo più tardi che le poesie che avevo scritto erano stati i miei farmaci, i miei “anestetici” o, forse ancora meglio, le mie “valvole di sfogo”.

Lo capii meglio dopo aver scelto come tema, alla maturità (un po’ incoscientemente, per la verità – non ci pensai due volte, insomma!!), l’analisi della poesia “I fiumi” del grande Ungaretti (il poeta che più’ amo).

Feci un’analisi eccellente. Nulla da dire.

E, se da un lato avrei capito che la poesia era parte di me, dall’altro capii che studi avrei intrapreso all’Università, successivamente (sono attualmente iscritto al corso di laurea in “Scienze e tecniche psicologiche” presso Scienze della Formazione).

Nel frattempo, scrivevo altre poesie.

“Altre” in ogni senso!

Il ricordo d’una notte d’estate tra i boschi del nord Italia mi ispirò in:

Notte d'estate


La fragranza di pini

avvolge d’un tratto i sensi.

Lo strascichio di passi

saluta in cammino il bosco

donando vita a un luogo

che più che mai è casa.

Grilli incorniciano

un istante denso

in una foto della memoria.

La civetta gufa

per dare fine al senso


[Da “Quello che le foglie non dicono”, pag.82]

In quel “limbo” dove ho iniziato a conoscermi meglio a cavallo tra la Maturità e l’Università, ho incontrato l’Amore. Quello vero.

E’ ho lasciato a Platone il resto…

Alcune di queste poesie, raccolte in 11 anni, hanno anche la sua “forma”, una forma più concreta e perciò più densa.

Ho pensato a lei quando ho scritto:

Se potessi lasciarmi andare…


Il tuo sguardo

come richiamo

e le tue braccia

come la culla

d’un amore

senza tempo


[Da “Quello che le foglie non dicono”, pag.100]

Come si sarà notato il volume “Quello che le foglie non dicono” pubblicato da La Riflessione è una raccolta di quasi un centinaio di poesie scritte nell’arco di 11 anni.

Sono presenti componimenti quindi piuttosto variegati, anche come forma.

Ciò che li unisce credo sia la partecipazione totale (o quasi totale) con l’ispirazione che sopraggiungeva.

Utilizzo molto la metafora naturale nel mio scrivere e i contenuti credo siano fortemente introspettivi.

Il romanticismo è molto presente, ma anche il simbolismo.

Ovviamente andrebbe fatta un'analisi più approfondita del libro da un critico che possa saperne evidenziare gli aspetti letterari più specifici.

Come dice nella prefazione al libro Lucia Sanna (scrittrice, ma soprattutto mia zia! – e a cui sono debitore d’affetto per avermi sostenuto nell’idea di pubblicare e avermi dato sempre preziosi consigli):

Introdurre un autore, non è certo compito facile;

se poi si ha a che fare con una raccolta di poesie,

questo compito diventa ancora più’ arduo

[…]


Introdurre un autore non è certo facile; immaginatevi fare un’autointroduzione!...

Ci ho provato; a voi che potrete leggere la raccolta,magari, esprimere la “sentenza”!...

Oltre la poesia, che continuo a coltivare con passione, il mio progetto principale è la laurea.

Inoltre collaboro con una cooperativa sociale da poco tempo e, spero di poterci collaborare ancora a lungo!

Mi piacerebbe, comunque, qualora ne capitasse l’occasione, partecipare a progetti letterari, seminari, concorsi.

E la curiosità, che mi accompagna sempre e ovunque, credo sia lo strumento ideale per approcciarsi a qualsiasi altro progetto.

Vorrei concludere ringraziando Davide Zedda e Roberto Sanna de La Riflessione che hanno permesso di coronare il sogno di pubblicare queste mie poesie e che continuano a credere in me come scrittore e, soprattutto, come persona.

Ringrazio anche Marco Diana (di Paesedombre) che tramite questa rubrica mi ha dato la possibilità di far conoscere il sottoscritto e quindi darmi l’opportunità di poter far condividere le mie poesie con quanti di voi ne saranno interessati.

Un saluto a tutti voi lettori di Paesedombre!

Giuseppe Columbo

24 / 04 / 2008

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