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Peppino Mereu

'Nanneddu meu'

Peppino Mereu nacque a Tonara il 14 gennaio del 1872 e morì, forse di tisi, appena ventinovenne. Nonostante la prematura scomparsa, è considerato il principale poeta sardo di fine '800. Non ebbe una vita facile. Orfano a diciannove anni, trascorse 5 anni nei carabinieri coltivando, nei momenti liberi, la passione per la poesia estemporanea.

In quel periodo in Sardegna vi era fame e morte. Mentre la malaria dilagava, Mereu osservava la desolazione della sua epoca per ritrarla in celebri poesie.

In una poesia dedicata a Nanni Sulis, amico e protettore, si legge il suo pensiero racchiuso in una frase: "senza distinzioni di casta dobbiamo essere tutti figli di un simbolo, liberi, rispettati, uguali".

Tra le sue opere, pubblicate in raccolte postume, ricordiamo: Galusé, Sa teracca mia, Studente, Solforino, A Tonara, Lamentos d'unu nobile, A Nanni Sulis, Consizus a unu amigu, Dae una losa ismentigada.

Vi lascio con le parole del poeta, il canto 'Nanneddu meu', ben radicato nell'animo di ogni sardo.

Nanneddu meu su mund’est gai

a sicut erat non torrat mai

semus in tempos de tirranias

ifamidades e carestias

como sos populos cascant che cane,

gridende forte

"Cherimus pane".

Famidos, nois semus pappande

Pan’e castanza, terra cun lande

Terra ch’a fangu tottat du poveru

Senz’alimentu, senz’a ricoveru

Semos sididos in sas funtanas

pretende s’abba parimus ranas

peus su famene chi forte sonat

sa janna tottus e non perdonat

cuddas banderas numeru trinta

dabinu’onu mudad’han ttinta

appenas mortas cussas banderas

non più s’osservant imbreagheras

sos tritus corvos a chie los lassas?

Pienos de tirrias e malas trassas

E gai chi tottus faghimus gherra

Pro pagas dies de vida in terra

Asiusus Nanni tenedi contu

Fanghe su surdu e ttad’a tontu

A tantu l’ides su mund est gai

A sicut erat non torrat mai.

Mio caro Nanni, così va il mondo,

com’era un tempo non sarà più

Viviamo in tempi di tirannia,

soprusi e carestia,

Ora il popolo sbadiglia come un cane affamato,

gridando a gran voce

"vogliamo il pane".

E noi affamati mangiamo

pane di castagne, terra con ghiande

La terra in fango riduce il popolo,

che non ha alimenti ne casa.

Siamo assetati alle fontane,

lottando per l’acqua sembriamo rane

Peggio ancora, la fame bussa insistentemente

alla loro porta e non perdona

Quelle compagnie molto numerose e amiche del

buon vino hanno cambiato colorito

Sciolte queste compagnie,

non si vedono più persone sbronze

I corvi scellerati a chi li lasci?

Pieni di perfidia e imbroglioni.

E così tutti facciamo guerra

per pochi giorni di vita.

Arrivederci Nanni, rifletti su questo,

fai il sordo e fingi di non capire

Perché è chiaro, così va il mondo,

com’era un tempo non sarà più.

Marco Diana

18 settembre 2007

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