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Piergiorgio Pulisci intervista Francesco Abate

Cari Ombrosi,

ormai conoscete tutti Piergiorgio Pulisci, autore del thriller La croce incarnata e del thriller-horror Gioca o muori, entrambi editi dalla casa editrice La Riflessione.

Se mesi fa inaugurò la sezione “recensioni dei lettori” con “Il maestro di nodi” di Massimo Carlotto, oggi inaugura la sezione “Interviste dei lettori” regalandoci un'interessante conversazione con Francesco Abate. Buona lettura!

Marco Diana

Parla Piergiorgio Pulisci:

Avete presente il morso di un pit-bull?

Immaginate i denti che pugnalano la carne, stracciando tessuti, capillari e arterie; poi concentratevi su quel momento nero dove i due filari contrari di denti si scontrano tra loro come due eserciti in battaglia maciullando senza pietà la carne che si trova in mezzo. Con un ultimo sforzo della fantasia provate a pensare al grugnito sordo del cane, ai suoi occhi iniettati di sangue, e poi a quell’attimo di furia dove con una torsione violenta del grosso collo la bestia strappa via i denti dalla vostra gamba, tirandosi dietro tutto ciò che è rimasto intrappolato in quella tagliola che ha per bocca. Riuscite a sentire il dolore gridare? Riuscite a sentire il sangue fluire via dalla ferita? Bene.

Se ci siete riusciti, vi siete già fatti l’idea di quale sia la scrittura di Francesco Abate, scrittore, giornalista e dee-jay sardo dallo stile feroce e dall’ironia sfascia mascelle. La sua scrittura è come il morso di quel pit-bull: ti dilania. Forte del successo di Mi fido di te scritto in coppia con il maestro del noir mediterraneo Massimo Carlotto, Abate è appena tornato in libreria con il nuovo Così si dice edito da Einaudi per la collana Stile-libero, dando dimostrazione di aver ulteriormente affinato il suo talento. Questo nuovo libro è il seguito ideale del romanzo Il cattivo cronista, uscito nel 2001 per Il Maestrale.

Ma ascoltiamo qualche particolare in più direttamente dall’autore…

Intervista a Francesco Abate

di Piergiorgio Pulisci

Nonostante abbia scritto altri romanzi che hanno riscosso parecchio successo, i tuoi lettori ti associano soprattutto al personaggio di Rudy Saporito, protagonista del romanzo Il cattivo cronista, uscito per Il Maestrale sei anni fa. Come mai hai lasciato a bocca asciutta i tuoi lettori per tutto questo tempo, e cos’hai provato a rivestire i panni di Rudy?

Rodolfo Saporito, detto Rudy, non mi ha mai abbandonato. È sempre rimasto presente nella mia mente. È stato Massimo Carlotto a spronarmi perché non attendessi oltre per programmare un suo ritorno. Massimo ha voluto che Rudy avesse un ruolo importante in “Mi fido di te” e ai lettori è piaciuta parecchio quella scellerata alleanza fra il sofisticatore alimentare Gigi Vianello e il giornalista corrotto. Da qui la certezza che era giunto il momento di far tornare Rudy, insomma si era meritato un nuovo capitolo tutto suo.

Il personaggio di Rudy non è certo lindo e senza macchia, anzi è un bastardo: l’antitesi assoluta dell’eroe dei noir classici alla Chandler o Hammett, o alla Montalbano di Camilleri, per restare in Italia. Come mai secondo te piace così tanto ai lettori?

Credo la sua umanità. Non è un personaggio di plastica ma carne, ossa e contraddizioni. È un uomo del nostro tempo che deve tenersi a galla per non affondare e cerca dunque, fra il lecito e l’illecito, di mantenere la rotta. Non è una carogna in quanto bulimico di denaro e potere, usa il male per evitarsi il male. Insomma, per salvarsi la pellaccia. Forse è per questo che molti lettori alla fine tifano per lui. C’è da dire che tutto intorno a lui c’è una fauna di vere bestie che attenuano e fanno sembrare quasi innocuo il suo delinquere.

Rudy, tra l’altro, compare anche nel romanzo di successo Mi fido di te, scritto in coppia con Massimo Carlotto, e in quel libro si accompagna a Gigi Vianello, che sicuramente non è un chierichetto. Quanto hanno in comune questi due personaggi?

Hanno alcuni punti in comune e molte diversità. Gigi Vianello è un uomo spietato, freddo, calcolatore, senza scrupoli, lanciato verso la scalata dei vertici, alla conquista di una posizione sempre migliore. Rudy è invece più tormentato, altalenante nei sentimenti, non brama potere ma la giusta collocazione per poter vivere senza rogne né affanni. Entrambi però sono edonisti, amano la bella vita, le belle donne e soprattutto sono molto cinici. Quando si incontrano cercano di dimostrare l’uno all’altro chi è il più navigato figlio di cane ma alla fine quando cadranno sarà, per entrambi, per colpa di una donna.

Il tuo nuovo romanzo si apre con il risveglio di Rudy dopo undici anni di coma, e il cattivo cronista si trova a che fare con un mondo molto diverso da quello che aveva lasciato, un mondo più cinico e cattivo. Nel romanzo non delinei una realtà luminosa, per niente. I deboli sono sempre più deboli, mentre i bastardi sono sempre più bastardi e più ricchi. Credi che per come stanno le cose ora l’unico modo per affrontare questo mondo sia armarsi di quel cinismo e quella cattiveria che animano Rudy?

Credo che quello che ho scelto fosse il registro narrativo più consono alla mia scrittura per raccontare la realtà senza distorcerla: il nostro mondo per quello che è. Non ho mica dovuto fare chissà quale sforzo di fantasia o usare il filtro dell’iperbole o intingere il pennello sul nero pece. Questa è la società in cui viviamo, questi sono gli equilibri e le geografie di potere. Non ho fatto altro che fotografare ciò che ci circonda. Però credo che il sistema-Rudy non sia l’arma legittima per sconfiggere un sistema ingiusto.

Seguendo la filosofia del noir mediterraneo ti sei servito della narrativa per raccontare anche una realtà su cui ti sei documentato a fondo: le società di prestito e finanziarie, e gli intrecci malavitosi nella patinata Costa Smeralda. So che in qualche modo la tua inchiesta si è poi intersecata con delle piste che stava seguendo la magistratura di Milano, ce ne vuoi parlare?

Si è intersecata con un’inchiesta molto delicata e ancora in corso secondo cui la ’ndrangheta ha allargato il proprio giro d’affari e ha deciso di investire e contemporaneamente riciclare i suoi danari sporchi attraverso una serie di operazioni immobiliari in Gallura. Una vicenda rocambolesca che prende il via in Svizzera e si conclude, per ora, sul litorale olbiese. Ma il mio lavoro ha tenuto conto anche di altri due fattori emersi dalle relazioni di Pino Arlacchi vice segretario dell’Organizzazione delle Nazioni Unite con delega ai problemi internazionali concernenti la criminalità organizzata. Arlacchi sostiene da tempo, prove alla mano, che i nuovi settori di interesse delle mafie sono quelli legati all’industria turistica. Non solo: afferma che l’arte della ripulitura di capitali sporchi trova libero sfogo attraverso l’attività di certe finanziarie o ai margini delle grandi case da gioco, i casinò.

Questa è l’ennesima dimostrazione che la fantasia non riesce più a stare al passo con la realtà. Ma ci vuoi spiegare come mai questa tua inchiesta è finita dentro un romanzo e non dentro un giornale?

È finita anche nei giornali ma ovviamente solo nel momento in cui sono scattati gli ordini di custodia cautelare. Attraverso il romanzo invece ho potuto unire più realtà criminali, farle convergere in un'unica storia e filtrarle attraverso il setaccio della letteratura.

Secondo te l’odio è davvero il motore del mondo come fai dire a Rudy in un passaggio di Così si dice?

Purtroppo sì. E sottolineo purtroppo.

Un grande scrittore di noir, Derek Raymond, parlando dell’immedesimazione del narratore nei personaggi, disse: lo scrittore a qualsiasi rischio psichico deve dimenticarsi di scrivere. Condividi questa “regola”, e quando scrivi, come riesci ad entrare dentro il personaggio?

Dipende dal libro. Di sicuro questo non è accaduto per il mio “I ragazzi di città” o in “Getsemani”. È stata la regola invece degli altri dove c’è un io narrante, quindi anche in “Così si dice”. La tecnica è quella di immergersi totalmente nella psicologia del personaggio che una volta definita è il faro della modalità di scrittura. L’importante è non farsi contaminare dal modo di ragionare del proprio personaggio nella vita reale. Essere un Rudy Saporito non sarebbe conveniente e parecchio scomodo.

Questo tuo nuovo romanzo è molto interessante perché va a toccare vari argomenti, non solo quello degli strozzini legalizzati, ma anche quello del nuovo giornalismo, spesso assoggettato a dinamiche più politiche che redazionali, dove l’informazione viene sempre più indirizzata verso la spettacolarizzazione della morte e del dolore, facendo incetta di dettagli macabri e falciando i sentimenti delle vittime, a discapito della vera informazione, quella che probabilmente urterebbe persone altolocate. Tu, da giornalista, cosa pensi di questo fenomeno?

Mi infastidisce. Molto. Soprattutto quando certi miei colleghi presentano un particolare fatto di sangue con l’aggettivo spettacolare. Ma spettacolare per chi? mi chiedo. Non certo per quel poveraccio che ci ha lasciato le penne o per i familiari e gli amici che lo piangono. Ma al di là di ciò mi spaventa un certo giornalismo che punta la sua lente d’ingrandimento su piccoli fatti di cronaca nera facilmente sfruttabili sull’onda di un’emozione popolare a discapito di realtà ben più gravi, preoccupanti, incisivi e dannosi per tutta la comunità. Vi pongo una domanda: chi ha avuto più spazio sui mass media il caso Cogne o la ’ndranghetta che aggancia la Sardegna nei suoi affari criminali? Il cibo adulterato che ci avvelena giorno per giorno o il matrimonio della valletta con il calciatore? Il dramma dei lavoratori cassintegrati o gli abitanti di un’isola di pseudo famosi o ex famosi?

Il tuo rapporto con la Sardegna e in particolare con Cagliari, la tua città, è viscerale e dolceamaro. Che ruolo gioca davvero questa città nei tuoi romanzi? A volte si ha la sensazione che sia quasi un personaggio a se stante…

Lo è. Nutro un grande amore per la mia città e un grande odio per chi fa a gara per violentarla, avvilirla, snaturarla. È un luogo magico, dolce e ruffiano. A volte traditore ma se lo conosci lo puoi domare e trovare la giusta dimensione per viverci al meglio. È una terra carica di storia e di storie che emana un fascino particolare. Ciò che accade qui, ma soprattutto come accade, non può accadere da altre parti. È una piccola città dal carattere e dalle caratteristiche forti e tutto ciò che contamina lo plasma in maniera unica.

Ora che Rudy è tornato in pista, quanto dovremo aspettare prima di leggere una sua nuova avventura?

A questa domanda non so proprio rispondere. Sicuramente ci sarà un nuovo episodio della serie Rudy Saporito, ma dire quando ora è veramente difficile.

Grazie per quest’intervista. Vuoi salutarci con una frase di Così si dice che sintetizza in qualche modo questo romanzo?

Siamo una società basata sul profitto e io cerco solo di tenermi a galla. Non è di questo romanzo ma è il motto di Rudy Saporito.

Piergiorgio Pulisci

06 / 06 / 2008

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Francesco Abate

Francesco Abate è nato a Cagliari nel 1964. Dj nei club dell’isola col nome di Frisko, è giornalista. Ha esordito con Mr Dabolina (Castelvecchi, 1998). Sono seguiti Il cattivo cronista, Ultima di campionato, I ragazzi di città, per la casa editrice Il Maestrale. Per Frassinelli ha pubblicato il romanzo noir Getsemani. Con Einaudi Stile Libero ha pubblicato nel 2007 Mi fido di te, romanzo di grande successo scritto a quattro mani con Massimo Carlotto e tradotto in vari paesi, ed il seguito ideale del Cattivo Cronista, Così si dice.

P. Pulisci recensisce...

Il maestro di nodi di M. Carlotto

Così si dice di F. Abate

Il cattivo cronista di F. Abate

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