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Recensione: Daniele Barbieri parla di Hinterland Sei

Cari lettori di Paesedombre,

per gentile concessione del giornalista Daniele Barbieri, riporto qui di seguito un articolo pubblicato il 10 febb. 08 su “Il Manifesto”. Si tratta di una recensione del libro Hinterland Sei di Enrico Pili.

Marco Diana

Recensione a “Hinterland Sei” per “Il Manifesto”

di Daniele Barbieri

Sindaci scarsi e preti fedifraghi, cancro, pace, misteri a nastro, appassionanti divagazioni su Holmes, «Il giovane Holden» e «Mattatoio 5», bilanci generazionali, rebus e brebus – in sardo sono le parole magiche – ma soprattutto la politica in un paesetto della Sardegna, o meglio in periferia: è «Hinterland 6», come recita il titolo del romanzo (Scuola Sarda Editrice, 218 pagine, 10 euri) di Enrico Pili.

Un luogo immaginario ma facilmente riconoscibile anche dai non sardi che però conoscano un po’ di enigmistica e geografia. Siamo infatti a Sestu, appunto 6 miglia (secondo le antiche misurazioni) da Karalis, ovvero Cagliari. Come era reale la Dresda di Vonnegut in «Mattatoio 5» ma falsa – eppur necessaria – la vicenda parallela sul pianeta Tralfamadore, così Pili fa sbarcare qui «l’astronave di Santu Millanu» senza che questo distorca la lettura del segmento reale, un’autobiografia politica condita da una malattia (con tanto di particolari chirurgici). Si potrà trovare un parallelo fra il cancro biologico e quello sociale (una periferia che rapidamente si deteriora) o cercare altre allegorie ma «H-6» è concretissima. Ed eccola con le sue «18 mila solitudini» e una sola libreria, tanta droga, le meschinità (molte) e grandezze della politica locale, una famosa cooperativa sociale dove vive e lavora «uno dei più grandi suonatori al mondo» di launeddas, ovviamente ignoto a chi crede che la musica sia Sanremo. Se il protagonista, Ernesto Paulis, è l’autore e se altri personaggi sono riconoscibili, a chi non sia cagliaritano di certo sgusceranno via alcuni nomi veri ma che importa? Nella storia, come nella reale Sardegna, conta di più «su allomingiu», il nomignolo, che «su sangunau», il cognome.

Senza troppo svelare, si può dire che a salvare «H-6», cioè il mondo – dopo le fiamme, l’acqua e altre inondazioni che qui vengono taciute – non saranno solo i bambini, ma anche donne, anziani, immigrati e la comunità locale dei disabili. Arrivano i nostri e sembra il quinto Stato, anzi lo è. Tanti i pregi di «Hinterland sei». Il piacere di raccontare e di affabulare è palpabile come la capacità di non annoiare e di non perdere il filo pur cambiando di continuo registro stilistico, livello temporale, musicale (Bach, Mingus, musica sarda, Simon & Garfunkel). Di gran fascino il linguaggio: dal dotto al volgare, passando a volte per la torre di Babele (con la curiosa scelta di spesso tradurre, in nota, il sardo e mai l’inglese). Avvincono i continui riferimenti e omaggi alla cultura sarda senza perdere di vista il mondo: quasi una nuova botanica che intrecci radici locali con esotici semi per subito farne nascere strani frutti.

Pochissimi i difetti: pignolerie a parte (uso improprio di Brecht e qualche esagerata cattiveria sul ’68) il limite di questo romanzo è uno solo. Pili mescola troppo, attorciglia decine di storie e riflessioni senza tregua. Quando si deciderà, se pure a suo modo, a narrare una sola vicenda – possibilmente noir, perché quello sembra il suo destino – ha i mezzi per un grande libro. Questo è un passo in quella direzione. Ora forse aveva troppo da dire e… non ha avuto il tempo di essere conciso, come nella celebre battuta di Pascal.

Del resto Pili viene da altri mestieri. Il primo libro è del 2004 sul suo disperato amore (tradito) per il sindacato: «La quinta S». Poi un racconto sul «Maldafrica» che si intreccia con «Adesso a poche ore da qui», bel reportage su una missione di pace nel martoriato Congo. Con questo romanzo Pili sceglie (senza rinunciare all’impegno civile) per una “coppia di fatto” con la scrittura. Sembra destinato a una felice quanto peccaminosa convivenza.

Daniele Barbieri

12 / 02 / 2008

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