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Ricordi di una notte, di Carlo Serra

Cari lettori Ombrosi,

per la sezione “Diario di bordo” vi propongo un racconto inviatomi da Carlo Serra di Sassari.

Nei prossimi giorni pubblicherò in questo spazio una sua poesia.

Buona lettura.

Marco Diana

Nota: potete inviare i vostri scritti all'indirizzo paesedombre@gmail.com


Ricordi di una notte

di Carlo Serra

Sono le 4, 4.30 e ancora non riesco a dormire, queste quattro pareti sembrano soffocarmi, il sonno sembra avermi abbandonato, anzi, oggi pare non avermi raggiunto. Sono questi i momenti in cui i sensi diventano una condanna. Si riescono a percepire i suoni più remoti pur di non dormire, sento mio padre russare due stanze più in là, il gatto della vicina fare le fusa, riesco persino a sentire il tic tac del mio orologio digitale.

E penso. Penso a quella festa. La festa di Anna e dei suoi 20 anni. Che poi si sa, non importa cosa si festeggia, ma come si festeggia. Eravamo in un capannone, un capannone bello grande, uno di quelli che si usano per le merci, non so, comunque era bello grande, con tanto di palchetto e Dj.

Arrivammo lì verso le 11, parcheggiammo nel piazzale ghiaioso e scendemmo dall’auto. Eravamo io, Giuseppe, Stefano e Giovanni. Entrammo e trovammo la desolazione. C’erano circa otto persone, in piedi, ferme al centro della sala, zitte, mute, tutte con la loro birretta in mano facendo finta di divertirsi. La serata prometteva male. Mi avviai al balcone e presi una birra. Mi girai per fare un cenno agli altri che mi raggiunsero. Ci voltammo e commentammo quel pallosissimo quadretto che sembrava destinato all’immortalità. Dopo qualche ora altre persone iniziarono ad arrivare e quei quattro gatti che prima giacevano come degli stoccafissi al centro della sala ora sembravano divertirti davvero. Anche il Dj contribuì, passando alle casse le solite canzoni del momento.

Quella sera io e i miei amici vedemmo Anna solo di sfuggita, non eravamo riusciti a salutarla, o forse non volevamo, intenti com’eravamo a trangugiare birra. So solo che verso le 5 entrò di corsa nel capanno una ragazza urlando, disperata, le lacrime che le solcavano gli zigomi e gli occhi dell’orrore. Cadde in ginocchio poco davanti alla porta d’ingresso e si portò le mani al volto. Fu immediatamente circondata dalla ressa che la caricò di domande “ Che è successo?”, “Che hai?”. Anche la musica si zittì. Lei non riusciva a parlare, si limitò ad indicare l’uscita.

La folla si precipitò fuori.

Preoccupati e un po’ incuriositi uscimmo anche noi in coda alla carovana e notammo un’auto.

Una Y10 e all’interno un corpo. Giovanni. Non ci eravamo neanche accorti della sua assenza. Giovanni giaceva là dentro. Il corpo ricoperto di sangue, gli occhi rivolti al cielo, la bocca semiaperta e un filo di saliva che ne colava.

Alla base del collo aveva tre tagli dai quali grondava ancora del sangue, uno poco sotto il pomo d’Adamo e gli altri due ai lati.

Pochi minuti e arrivarono due pattuglie e un’ambulanza.

Ci fecero allontanare tutti. Isolarono la macchina con il loro classico nastro e ci dissero di non muoverci. Passammo tutta la notte e buona parte della mattina alla centrale per rispondere a miliardi di domande, “In che rapporti eri con la vittima?”, “Faceva uso di droghe?”, “Beveva?”. Eravamo sconvolti, riuscivamo a malapena a parlare figuriamoci a ragionare.

Solo una cosa per loro era chiara, l’assassino ero io, avevano prove schiaccianti, le mie impronte sul coltello che l’aveva trafitto e delle macchioline del suo sangue sulla mia maglietta.

Com’era possibile! Neanche lontanamente avrei pensato di commettere un omicidio, figuriamoci uccidere un mio amico.

“Un raptus di follia omicida” mi dissero “E a facilitare la tua amnesia ha contribuito l’alcool”.

Dopo il processo uscii dalla questura, una folla urlante mi attendeva fuori, una folla carica di odio e insulti. Mi avrebbero linciato volentieri. Eppure di quell’orribile notte non ricordo niente, e ancora oggi, dopo cinque anni, continuo a rivendicare la mia innocenza.

Carlo Serra

11 / 03 / 2008

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