Scrivere in città – seconda parte
... continua dal precedente articolo.
Secondo intervento: Massimo Onofri, critico letterario.
Quasi tutti i bravi violinisti sono in grado di accordare il proprio strumento

Gianfranco Chironi e Massimo Onofri
M. Onofri ha aperto il proprio intervento con un primo assalto contro le scuole di scrittura creativa, definite “uno dei miti dell'attuale società letteraria”.
Dietro queste scuole vi è un'ideologia che si fonda su due presupposti:
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Le tecniche di scrittura sono trasmissibili;
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Apprendere tali tecniche consente di ottenere risultati eccellenti.
L'attenzione si è presto spostata sull'editing e sulle vicende che ha visto protagonista un noto editor della Mondadori, accusato di aver scritto un libro per conto di un autore affermatosi di recente.
Al di là del fatto che le dicerie siano vere o false – e Onofri dubita che possano essere vere – emerge l'inquietante fatto che i libri inviati a Segrate vengono sottoposti a un editing massiccio.
Di un'opera passata attraverso un corposo editing, ci si potrebbe chiedere quale sia il punto oltre il quale il libro di un dato autore non è più dell'autore stesso.
E qui Onofri ci regala una bella immagine, affermando: “Se lo scrittore è un violinista, l'editor può essere al massimo un bravo accordatore” e conclude dicendo: “È anche vero che quasi tutti i bravi violinisti sono in grado di accordare il proprio strumento”.
Penso che il punto nodale del discorso del critico, che ha saputo glissare con nonchalance dalle scuole di scrittura creativa all'editing (questo termine richiama il concetto di mercato) sia porsi una domanda fondamentale: siamo uomini o cloni? Possiamo perdere l'umanità e il timbro caratteristico di questo violinista-scrittore per “addomesticare” la sua penna al mercato?
Chiaramente la risposta a quest'ultimo quesito non può essere affermativa e lì, in quella selva di scritti mai addomesticati, si cala la grande immaginazione del critico, “superiore a quella di uno scrittore” a detta di Onofri.
E proprio lì il critico “inventa il vero”, esplorando l'universo dello scrittore con mezzi che gli sono propri, consapevole del fatto che non conta chi ha scritto gli argomenti. Contano solo gli argomenti.
Emerge così l'idea del “critico panda”, specie in via di estinzione e da tutelare, convinto nel legame stretto tra critica e democrazia e distante anni luce dai critici militanti. Emerge altresì l'idea del “critico ecologo” che dice ciò che è bello o brutto con forti argomentazioni che siano oggetto di contesa, affinché si combatta uno degli elementi che minano la struttura della nostra società (non solo letteraria): l'entusiasmo unanimistico.
Un critico deve sempre essere aperto alla contesa perché scrive su carta, materiale deperibile, e perché, per quanto grande possa essere, sarà sempre superato.
“Un critico”, ha concluso Onofri, “costruisce sulla sabbia. Perché in fin dei conti è questo che siamo: sabbia”.
Terzo intervento: Alberto Capitta, scrittore.
Niente mi impedisce d'immaginare

Alberto Capitta
Mi è capitato spesso di sentir parlare uno scrittore di come vive la scrittura. Ho sentito più volte accese parole del tipo: “Io scrivo da sempre” oppure “la scrittura per me è l'aria che respiro” o ancora “amo la scrittura più della stessa realtà”.
Di fronte a queste dichiarazioni d'amore mi son sempre chiesto fino a che punto fossero sincere.
In Capitta ho trovato passione vera, la passione che viene da una vita di viaggi, esperienze, scrittura.
Quando Alberto Capitta indaga sull'origine della sua scrittura, rivede il Messico, vissuto come febbre emozionale, come un paese intero che prendeva fuoco. E lui, arso in quel mondo di colori, in quel “tempio di tutto”, scoprì persone diverse e bellissime, piante magiche e... iniziò a diventare “pianta carnivora della realtà”.
Attualmente, tre libri pubblicati con successo e numerosi lavori teatrali all'attivo, Capitta continua a emozionarsi di fronte al mondo e a scrivere, governando il testo con attenzione e lucidità e praticando esercizi di solitudine che incendiano la sua immaginazione.
“Niente mi impedisce di immaginare”
Quarto intervento: Anna Porcu, operatrice sociale.
Strategia di sopravvivenza

Anna Porcu
A. Porcu ha raccontato le esperienze di laboratorio letterario vissute all’interno del carcere di San Sebastiano (Sassari).
“Per un detenuto la scrittura è fondamentale”, ha affermato la Porcu, “è una strategia di sopravvivenza”.
Sono emerse storie buffe o di disagio, situazioni riaffiorate nello scontro tra il detenuto e il foglio, quest'ultimo specchio della propria interiorità.
La scrittura in carcere – la diaristica è un forte esempio in tal senso – esprime la necessità dei detenuti di rielaborare la propria condizione.
Per conoscere meglio la realtà in cui opera Anna Porcu e i progetti portati avanti, vi invito a visitare il sito www.centrostudiurbani.it.
Continua...
11 / 06 / 2008