Un pensiero per chi torna
In seguito alla lettura del saggio 'Scienziati di ventura' [Cuec, 2007], rivolgo un pensiero a chi, come Giovanni Delogu, Monica Mameli, Michele Saba, Francesco Cucca e il compianto Giuseppe Pilia, decide o ha deciso di rientrare in Patria con tutte le incognite che questa scelta comporta.
Non me ne vogliano a male i ricercatori citati, dei quali ammiro enormemente coraggio e determinazione, ma la loro situazione mi riporta per una strana associazione di idee a un altro uomo d'eccezione vissuto tra il 1530 e il 1571: Sigismondo Arquer.
L'umanista cagliaritano che a 18 anni aveva già conseguito una laurea in diritto a Pisa e una in teologia a Siena, viaggiò a lungo e in Svizzera, ospite di Celio Secondo Curione, scrisse la 'Sardiniae brevis historia et descriptio', pubblicata come capitolo del compendio di geografia 'Cosmographia universalis' del luterano Sebastiano Münster, libro messo all'Indice dall'Inquisizione. Il viaggio di Sigismondo proseguì verso la Spagna, fu perseguitato per anni, sottoposto a processi e più volte scagionato finché, nel 1563 fu arrestato e sottoposto a un processo settennale costellato di torture d'ogni tipo. La sentenza del 22 dicembre 1570 fu aspra (a dir poco): Sigismondo fu condannato al rogo. La pena venne eseguita il 4 giugno 1571 a Toledo.
Riporto un passo particolarmente significativo del romanzo 'Le fiamme di Toledo' [Sellerio, 2006] di Giulio Angioni.
“Ricordo la faccia di mio padre quando ha letto la mia 'Sardiniae brevis historia et descriptio'. Mi ha guardato a lungo, poi si è messo a fare certe sue considerazioni.
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'A studiare la storia noi sardi non facciamo che arrabbiarci'.
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'Anche tu, si vede, ti sei arrabbiato a scriverla, la nostra storia'.
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Credo che avesse ragione. Ma quando a diciott'anni, dopo gli studi a Pisa e a Siena, solcavo il Tirreno su una buona fusta corsa di ritorno alla mia terra, io mi sono sentito come addetto alla giustizia del mondo, almeno a misura della mia terra dura a cui tornavo, con amore e scontento. Della mia saccenza già faceva parte l'idea che la mia isola natia dovesse trasformarsi in qualcos'altro di migliore, rifiorendo. Ritto in piedi sulla prua scossa dalle onde minacciose mi dicevo che a cominciare dalla mia città avrei cercato di conoscere e capire, col guardarmi intorno, dentro e fuori quest'isola con troppo mare intorno. Ecco, mi dicevo scoprendo a poco a poco la linea della costa, oltre i vapori luminosi della sera, eccomi, sto tornando, arrivo io, le cose cambieranno, in verità e giustizia. Io le cambierò.
[...]
E invece ho visto con sorpresa, subito, e poi verificato, che in queste nostre terre cristiane i più producono il pane per sé e per i pochi privilegiati che comandano e non producono cibo ma lo consumano più di chi lo produce col sudore della fronte. Nella mia isola i pastori, i contadini e i pescatori non pensano nemmeno che si possa entrare in città senza sporte di cibo in omaggio ai signori e agli ecclesiastici. Ho dovuto concludere in seguito che è così dovunque sono stato e in tutti i tempi e luoghi che conosco.
[...]
Nessuno a questo mondo l'ha mai vinta per forza di giustizia. Gismundo si è messo contro i prepotenti, per il grano e il pane. E contro i privilegi ereditari. O conquistati con la frode. Oppure con la forza. Anche qui, nella sua città natale. Come aveva fatto già suo padre. Da figlio primogenito non ha per nulla tralignato. Ma neppure imparato. Anzi, lui qui si stava impegnando molto meglio. Che per troppi è peggio. E farà fuoco e fiamme là in Spagna”
Marco Diana
16 / 11 / 2007